Nel panorama delle politiche sociali e degli interventi dedicati alla disabilità, il concetto di “scelta” viene spesso evocato come un principio teorico cardine, una dichiarazione d’intenti eticamente inattaccabile ma frequentemente disattesa nella pratica quotidiana. Quando si affronta il tema cruciale del futuro abitativo e dell’emancipazione dal nucleo familiare originario, la domanda che operatori e istituzioni si pongono tende a focalizzarsi su “quale sia la struttura più adatta” o su “cosa i genitori ritengano opportuno”. Questo approccio, seppur mosso da istanze di tutela e protezione, rischia di produrre un’espropriazione della soggettività: la persona con disabilità rischia di diventare l’oggetto di una programmazione assistenziale definita da altri, anziché il soggetto attivo e consapevole delle proprie scelte di vita.

Il Centro di Vita Indipendente (CVI) dell’Ambito Territoriale 3 Brescia Est ha scelto di scardinare questa postura assistenziale, promuovendo un percorso sperimentale guidato da un assunto pedagogico e scientifico radicale: per poter scegliere in modo consapevole è necessario poter sperimentare. La scelta non può essere un atto astratto, un esercizio di immaginazione compiuto nel vuoto o una decisione presa sulla carta di fronte a una brochure informativa. Scegliere richiede un sapere concreto, un contatto vivo con la realtà, l’esposizione diretta all’esperienza sensoriale, relazionale ed emotiva che una determinata forma dell’abitare comporta. Solo attraverso l’esperienza diretta è possibile far emergere, in modo autentico, i desideri profondi, il sentire più intimo e le aspettative reali dei giovani con disabilità, posizionando stabilmente la persona al centro della propria esistenza, non più come spettatrice ma come attrice protagonista, supportata in modo saggio e consapevole dal proprio nucleo genitoriale.

L’architettura del percorso: i tre gradini dell’esperienza vissuta

Questa progettualità complessa vede come capofila l’Azienda Speciale Consortile Brescia Est Ambito 3 in collaborazione con ASST Spedali Civili di Brescia, affiancata da una consolidata rete di partner di progetto: La Nuvola nel Sacco coop. soc., Il Gabbiano coop. soc. onlus, La Rondine coop. Soc. onlus. Offrono un prezioso contributo gli enti sostenitori del progetto Fobap Onlus e Agemo 18.
L’itinerario si è articolato lungo due binari paralleli: tre incontri dedicati esclusivamente ai giovani con disabilità e tre incontri rivolti ai loro genitori. Il gruppo che ha partecipato al percorso era eterogeneo, essendo composto da persone con abilità diverse, con desideri ed attese di autonomia più immediate gli uni, solo sullo sfondo di immaginari futuri gli altri.
Anche con riferimento a queste differenti aspettative, il cuore di questa fase è stata l’immersione diretta e la conoscenza ravvicinata di tre modelli residenziali del territorio, concepiti proprio per mostrare un ventaglio di possibilità pratiche e tangibili.

Comunità Socio-Sanitaria (CSS) Contesto residenziale comunitario e strutturato a forte protezione Comprendere la dimensiona della micro-comunità, della condivisione del gruppo e della stabilità progettuale ed educativa
Appartamento a Castenedolo Co-housing e domiciliarità personalizzata con assistenza familiare h24 Vedere la concretezza di una routine autogestita da due inquilini con disabilità, incentrata sulla massima autodeterminazione
Appartament a Borgosatollo Struttura “Palestra di Autonomie” con accoglienza a rotazione temporanea Sperimentare alcune giornate e notti, fuori casa, gestendo la quotidianità in autonomia, sperimentando abilità presenti e sviluppandone di nuove

L’incontro con i residenti della CSS ha permesso di comprendere le dinamiche di una residenzialità organizzata. Presso l’appartamento di Castenedolo, giovani e genitori hanno toccato con mano la normalità di una vita domestica personalizzata e supportata da un’assistenza quotidiana. A Borgosatollo, la “palestra di autonomia” ha permesso di conoscere esperienze di accompagnamento all’abitare.
In tutte le esperienze visitate è stato centrale l’incontro con gli abitanti stessi: ascoltare i racconti di chi sperimenta la vita in una nuova casa che non è quella della famiglia d’origine, l’orgoglio di aver preparato la cena da soli, unito alle piccole nostalgie – ha permesso in particolare ai genitori di comprendere meglio che le fatiche sono parti legittime di un cammino comune, e che conoscere esperienze concrete attenua i timori presenti.
Il percorso promosso dall’Ambito 3 Brescia Est ha evidenziato, in questo senso, un dato sociologico di importante rilievo: una forte e attiva presenza dei papà, emersi come una risorsa stimolante e positiva, con uno sguardo meno timoroso e orientato alle competenze dei figli e alle possibilità di empowerment personale. Mentre le madri sono apparse più preoccupate di fronte alla possibilità che i figli siano pronti a spiccare il volo, le figure paterne hanno evidenziato una visione maggiormente rivolta all’orizzonte.

«Non abbiamo visitato pareti o protocolli, ma abbiamo incontrato esistenze in cammino. Questa immersione ha trasformato la conoscenza teorica in un’esperienza sensoriale: le famiglie hanno scoperto di poter condividere la strada e che l’autonomia è una via percorribile.»

 La serata di confronto: mettere a specchio due sguardi sul futuro

Durante la serata conclusiva, mettere a specchio lo sguardo dei genitori con quello dei figli (fino a quel momento elaborati all’interno di contesti separati) è stato fondamentale per permettere ai desideri dei giovani di emergere con forza propria, evitando che venissero inconsciamente opacizzati dalle legittime ansie protettive e dai timori dei famigliari.
Per facilitare la discussione e far emergere il proprio vissuto i conduttori della rete progettuale hanno adottato due strumenti: per i genitori sono state utilizzate le carte proiettive “Dixit” e per i figli ci si è avvalsi di immagini reali e supporti in Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA).

Attraverso le prime è stato possibile dar voce alle singole risonanze interne degli adulti, facendo emergere nodi emotivi intensi: se da un lato alcune carte raffiguravano ponti sospesi o fili tesi, specchio della vertigine del distacco e della solitudine vissuta, la visione diretta delle realtà abitative ha permesso di selezionare immagini di porte aperte e sentieri illuminati, segnali di un pensiero che inizia a sciogliersi grazie alla condivisione. Alcuni genitori hanno infatti evidenziato come la visita a contesti micro-comunitari abbia «rasserenato» il pensiero, restituendo un solido «senso di casa».
Con le immagini di contesti concreti invece, i giovani hanno dato voce al proprio sentire partendo dall’esperienza vissuta, rielaborando l’idea della transizione abitativa oltre gli stereotipi.

Le voci dei giovani e i mille volti dell’autodeterminazione

Il confronto delle diverse esperienze ha fatto emergere con grande forza e immediatezza le voci dirette dei giovani partecipanti. Dal loro sguardo sulle diverse tipologie abitative visitate emerge un quadro variegato, che testimonia come l’autodeterminazione, il bisogno di protezione e il desiderio di “abbandonare il nido” assumano forme e sfumature uniche per ciascuno.

A fronte delle strutture più tradizionali come le CSS, il giudizio di alcuni ragazzi è stato netto e senza filtri: «La CSS mi sembra quasi un ospedale… Io preferirei mandare via i miei genitori dall’appartamento in cui viviamo, metterli ad abitare al piano di sopra e vivere giù sotto con un sostegno, mantenendo comunque la loro vicinanza».
In questa battuta emerge chiaramente come la percezione di un contesto troppo istituzionalizzato possa spaventare. Qualcuno ha intravisto, attraverso l’esperienza vissuta, la possibilità che l’autonomia abitativa non significhi necessariamente un distacco geografico rigido, un trasloco fuori dalle mura della casa di famiglia, ma che la stessa possa essere strutturata anche solo al piano di sotto/di sopra le stanze dei genitori, un’”autonomia di prossimità” che ridisegna i confini familiari senza spezzare i legami affettivi.

Al contrario, la rigidità e la tutela di un servizio socio-sanitario non rappresentano un ostacolo per tutti. Un’altra ragazza ha espresso una prospettiva opposta, trovando conforto e sicurezza proprio nella presenza di confini definiti: «A me la CSS dà sicurezza. Mi sento accudita, protetta e mi piacciono le attività organizzate, perché ordinano il mio tempo e regala tanti momenti per stare insieme agli altri. L’ appartamento in autonomia che abbiamo visto mi fa venire l’ansia. Quando siamo stati in CSS per passare un pomeriggio abbiamo giocato insieme, fatto merenda, incontrato i volontari… è bello vedere così tante persone e avere cose da fare!».

Per altri giovani, invece, è proprio l’assenza di schemi rigidi a riaccendere l’entusiasmo e la spinta verso il futuro: «Avere più libertà mi dà un senso di felicità enorme e mi fa venire ancora più voglia di essere autonomo e di mettermi alla prova!».

Accanto a chi sta ancora valutando il proprio percorso, ci sono poi i giovani che sperimentano l’abitare autonomo già da qualche mese. Le loro testimonianze restituiscono l’immagine di un traguardo raggiunto con orgoglio, ma anche con grande maturità e consapevolezza: «Vivere da soli è una conquista bellissima, mi sento orgoglioso di quello che ho fatto. Però so bene che ho ancora bisogno degli altri: per me sono importanti gli educatori, che passano ogni tanto, telefonano e mi aiutano ad affrontare le situazioni di difficoltà».

I giovani coinvolti hanno fatto emergere anche quanto i percorsi nella direzione del distacco, dell’autonomia abitativa debbano essere accompagnati da tempi adeguati, rispondendo ad una loro affermazione che suona grosso modo così: “Che bello! Ma un giorno…”.
Il confronto tra queste differenti voci diventa così estremamente prezioso: fa emergere come non esista una risposta unica o un modello d’abitare predefinito. Ogni ragazzo possiede un proprio senso di autodeterminazione, necessita di un’intensità di sostegno differente — da quella h24 fino ai monitoraggi leggeri — e vive con i propri tempi il desiderio di emancipazione. Il compito del percorso CVI si conferma quindi quello di costruire risposte flessibili e “su misura”, capaci di accompagnare ciascun giovane lungo la propria personale traiettoria di crescita.

Oltre l’isolamento: le voci delle famiglie e il dialogo con il territorio

Accanto alla spinta verso l’autodeterminazione dei figli, il percorso ha fatto emergere con grande trasparenza una fotografia densa e sfaccettata della condizione esistenziale dei nuclei familiari del territorio. Dagli incontri organizzati e dalla narrazione libera è emerso che le famiglie vivono in una condizione talvolta di solitudine e di timore di fronte all’orizzonte del “Dopo di Noi”. Spesso i genitori si percepiscono come isole separate, gravati dal peso quotidiano della gestione assistenziale e preoccupati da un futuro incerto e privo di punti di riferimento stabili. Questa fatica emotiva è talvolta amplificata da una percezione di parziale distanza rispetto alla rete dei servizi tradizionali. Questo senso di solitudine, insieme alla responsabilità che una scelta per il figlio comporta, emerge grazie alle immagini usate nel corso del laboratorio: «Sto puntando la luna, ma a volte mi sento in bilico». L’orizzonte del distacco è vissuto come una scommessa sospesa, dove pesano il «senso di colpa» e la paura del «giudizio» sociale. Scegliere per il proprio figlio viene percepito come un carico di responsabilità gravosa di fronte a soluzioni descritte come un bivio di «3 porte / vie infinite» in cui difficile capire «cosa è giusto» e dove risulta complesso districarsi.

A fronte di queste fatiche, i genitori hanno manifestato un grandissimo e intatto desiderio di essere supportati, di condividere ed uscire dall’isolamento. Più che risposte standardizzate, le famiglie chiedono la possibilità di “camminare insieme” per attivare dinamiche di mutuo aiuto e scambiare vissuti senza il giudizio sociale; e insieme a figure professionali qualificate in grado di agire come veri e propri “coach”.
La richiesta emersa è quella di una guida maieutica capace di fare chiarezza su quali siano le reali possibilità sul territorio, decodificando la complessità e illustrando “cosa può essere concretamente costruito” partendo dalle specifiche esigenze della singola persona, secondo il suo progetto di vita. È in questo spazio di incontro che l’action orientativa della rete del CVI assume valore, aiutando i genitori a comprendere che, come scritto nei loro resoconti, «conoscere il più possibile» è la chiave per rasserenarsi e che «non c’è fretta… [ma] il momento giusto per iniziare a pensare» è adesso.

L’eredità metodologica per il welfare territoriale

L’itinerario tracciato nel territorio dell’Ambito 3 Brescia Est offre linee guida metodologiche preziose che superano la frammentazione degli interventi, agganciando lo sviluppo del welfare di comunità ai nuovi pilastri normativi della materia. L’esperienza risponde infatti pienamente allo spirito del Decreto Legislativo n. 62/2024, che mette al centro la valutazione multidimensionale e la co-costruzione del Progetto di Vita[1] e si muove nel solco della Legge Regionale n. 25/2022 (assorbita alla l.r. 13/2026) della Lombardia volta al pieno riconoscimento del diritto alla vita indipendente e all’inclusione sociale. Questo quadro dimostra che i CVI non si configurano come semplici sportelli informativi, ma come reali spazi di ascolto ed elaborazione capaci di attenuare la solitudine strutturale delle famiglie e favorire una sintonizzazione costante e costruttiva con il sistema complessivo delle risorse territoriali.

L’esperienza evidenzia che l’autodeterminazione si coltiva sul campo, offrendo ai giovani contesti reali in cui mettersi alla prova, e contemporaneamente ai genitori un luogo in cui “camminare insieme”, confrontandosi sul costruibile, e superando l’incertezza dell’ignoto. Questo intervento lancia una sfida feconda a tutto il sistema dei servizi: muoversi in logica di co-progettazione con le famiglie e con le persone con disabilità, accogliendo pienamente il loro profondo desiderio di condivisione e accompagnandole con competenza nella costruzione di percorsi reali di vita agita, consapevole e inclusiva[2].


[1] Per approfondimenti sul tema, si segnalano i due contributi pubblicati su LombardiaSociale.it che riportano gli esiti del focus group organizzato per esplorare le prospettive attuative della riforma in atto riguardo l’adozione del Progetto di Vita come elemento regolatore dei sostegni di welfare sociale in favore delle persone con disabilità:
Sogniamo il Progetto di Vita, 20 maggio 2026
Il Progetto di Vita: dal sogno all’operatività, 18 giugno 2026
[2] Si segnalano alcune sperienze sul tema descritte all’interno di contributi pubblicati su LombardiaSociale.it:
Pozzi M. e Mazzonello L., Domea: l’architettura al servizio del Progetto di Vita, 13 aprile 2026
Avila A., Abitare. Il progetto “Magari Domani” oggi, 17 dicembre 2025
Bestetti V., Le chiavi di casa. Aprire la porta all’autonomia, 18 giugno 2025
Turatto R., Autismo, il progetto “Appartamenti in Centro”, 28 novembre 2023
Bignami A. e Venturini A., Sperimentazione dei gruppi appartamento. “Si può fare”, 11 luglio 2023