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Casa dei Ragazzi Iama, impresa sociale in provincia di Lecco che gestisce due Rsd e un Cse, ha organizzato un convegno per interrogarsi e confrontarsi sulla comunicazione. Appuntamento nel pomeriggio di venerdì 23ottobre a Olgiate Molgora. «Al centro della nostra attenzione ci sono le persone e il loro modo di relazionarsi con gli altri, ma anche il modo che si ha di parlare delle persone con disabilità» spiega la presidente Elena Rolandi
Ci sono parole che feriscono e parole che curano. Parole che non solo descrivono la realtà, ma nel loro percorso da una persona a un’altra riescono anche a cambiarla questa realtà. Al centro di questo ragionamento vi sono i termini che si utilizzano quando si parla di disabilità, espressioni che aiutano a comunicare e altre che invece sarebbe bene eliminare.
Ed è proprio da una riflessione sul linguaggio che prende spunto il convegno Curare le parole. Linguaggi, relazioni e identità oltre la disabilità, promosso dall’impresa sociale Casa dei Ragazzi Iama di Olgiate Molgora (Lc), in programma venerdì 23 ottobre alla sala polivalente San Zeno del comune lecchese (tutti i dettagli in agenda online).
All’incontro, moderato dalla docente dell’Università Cattolica di Milano, Elena Zanfroni, e aperto dalla presidente Elena Rolandi, partecipano: la caporedattrice di VITA Sara De Carli; Irene Redondi, Sarta Pagani e Mara Colnago, logopediste e psicologa della Casa dei Ragazzi Iama e Silvia Maggiolini dell’Università Cattolica. Previsto anche un momento teatrale sull’incomunicabilità con Sarah Leveraro, coordinatrice dei servizi diurni, e le educatrici e gli utenti del Cse.
Il confronto, nel pomeriggio del 23 ottobre, si allargherà al tema della comunicazione e del diritto alla parola, esplorando strumenti e modalità come la Comunicazione Aumentativa Alternativa, la Lis e le tecnologie, ma anche a ciò che accade quando comunicare non è semplice o quando gli strumenti tecnici non bastano a costruire una relazione.
Il convegno porterà infine l’attenzione al linguaggio con cui i servizi raccontano le persone: perché dietro una diagnosi, una scala o una scheda c’è sempre una storia, fatta di relazioni, desideri, capacità e scelte.
Come spiega anche la presidente dell’impresa sociale Elena Rolandi, l’incontro: «si sviluppa su tre piani che sono collegati e interconnessi. Uno, il primo è il linguaggio della persona con disabilità: come si esprime quello che la persona desidera, ciò di cui ha bisogno, ciò che vuole o non vuole. Una comunicazione che può essere anche non verbale e quindi come noi sappiamo ascoltare questo linguaggio che la utilizza per comunicare».
Il secondo, continua, Rolandi «è quello che riguarda noi come impresa sociale, il nostro scopo e i nostri operatori. Le nostre operatrici ci spiegheranno con quali parole si rivolgono alle persone. Ma ci interessa anche come noi stessi descriviamo i rapporti che abbiamo con queste persone da un punto di vista sanitario e di cura e quindi nelle relazioni diciamo tecniche e in quella che è la documentazione dei servizi».
Infine, «il terzo piano», che spiega «è quello del linguaggio invece con cui la società parla della disabilità. È il linguaggio dei media, delle istituzioni e delle persone nelle conversazioni quotidiane». Tre piani diversi ma che «indiscutibilmente che si collegano uno all’altro quindi diciamo che è un percorso di interrogazione ci vogliamo interrogare noi per primi perché, in questi anni, la nostra la nostra attività si è molto ampliata. A una prima casa dei ragazzi che aveva una dimensione più ridotta si è aggiunta una nuova struttura molto grande e i numeri sono cambiati. E, volendo mantenere i principi che hanno ispirato nel tempo la nostra missione, ci interroghiamo molto sul fatto che magari ampliando andiamo un po’ a perdere e a istituzionalizzare quelli che sono i rapporti».
Il fil rouge del convegno è rappresentato da questi tre aspetti. «Si parte dal linguaggio della persona con disabilità, dal suo modo di esprimersi e da come viene ascoltata. Ma ci dobbiamo interrogare anche se noi siamo in grado di lasciarlo esprimere».
In pratica tre linee che pongono al centro la persona con disabilità: come parla con noi, come noi parliamo con lei e le modalità che usiamo per parlare di lei. «È importante è anche il percepito. Cioè come al di fuori dell’ambito ristretto disabile – operatore, la persona venga percepita da istituzioni, scuola e famiglia», precisa la presidente.
Che osserva il rischio di burocratizzazione dell’uso di certe parole: «Inclusione e partecipazione, per esempio, possono diventare delle formule di rito, perdere il loro valore e diventare vuote. Bisogna sempre riuscire a far capire che dietro quella parola che può sembrare quasi uno slogan nella realtà c’è tanto, ci sono persone».
Non serve dunque “infiocchettare” le parole, conclude la presidente Rolandi «mi rendo conto che è difficile perché la comunicazione oggi ci dà dei binari obbligati, ci pone davanti a delle scelte e alla consapevolezza che le scelte che noi prendiamo devono portare al risultato di non svuotare quelle parole, insegnare alle persone che quelle non sono parole vuote, che non sono slogan, ma che rappresentano una realtà. Ecco, dobbiamo andare un po’ più nel profondo».
Ed è proprio quello che si prefigge il convegno del prossimo 23 ottobre mostrare come le parole non sono mai neutre, il loro uso modella il mondo che viviamo.
Casa dei Ragazzi ha promosso un questionario che raccoglie le parole che “non vorresti più sentire” quando si parla di disabilità: compilalo per contribuire attivamente alla riflessione. I risultati verranno presentati in occasione del Convegno del 23 ottobre.
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