Ordine delle professioni educative, correggere la legge senza smontarla

Tratto da 

di Alessandro Prisciandaro

C’è un rischio, nel dibattito sull’Ordine delle professioni pedagogiche ed educative: raccontare tutto come se la storia fosse molto semplice, con una legge 55/2024 nata male e un ddl 1712 chiamato finalmente a rimettere ordine. 

Per Associazione pedagogisti educatori italiani – Apei le cose non stanno così. Un problema tecnico nella legge del 2024 esisteva ed era reale, perché l’articolo 6 conteneva un difetto di coordinamento nella fase di costituzione dell’Ordine: quel nodo andava sciolto, ma sciogliere un nodo non significa necessariamente riscrivere l’intera architettura di una legge. 

Correggere, non riscrivere

Il ddl 1712, invece, non si limita a correggere quel passaggio: interviene sulla struttura dell’albo, sulla governance, sulla fase transitoria, sul sistema elettorale e riapre questioni che il Parlamento aveva appena definito. Apei non ha mai sostenuto che la legge 55/2024 fosse perfetta o intoccabile, ma ritiene che una correzione potesse essere precisa e circoscritta, senza trasformare un problema attuativo nell’occasione per ridiscutere tutto.

Il punto più delicato riguarda però gli educatori. Da almeno vent’anni una parte molto ampia della categoria chiede di superare la frammentazione della professione educativa, fatta di denominazioni diverse, titoli diversi, ambiti diversi e profili che spesso si sovrappongono. La legge 55 aveva provato a compiere un passo, riconducendo l’educatore professionale socio-pedagogico e l’educatore dei servizi educativi per l’infanzia nello stesso alveo ordinistico, pur nel rispetto delle specificità. 

Superare la frammentazione

Era la direzione giusta, perché una specializzazione non deve necessariamente trasformarsi in una professione diversa. Chi lavora con bambini da zero a tre anni deve possedere competenze specifiche, così come chi opera nella disabilità, nella marginalità, nei servizi socio-sanitari o con gli anziani: ma questo non significa moltiplicare identità professionali, sezioni e confini. Il timore ora è che il ddl torni ad accentuare distinzioni che nel tempo finirebbero per riflettersi sui bandi, sui contratti, sulla mobilità professionale e sulla stessa percezione sociale dell’educatore.

Partite Iva e dipendenti

Un altro punto critico riguarda gli emendamenti governativi 1.300 e 1.301, presentati in Commissione poco prima della pausa estiva: il tema qui non è tanto la quota ridotta per l’iscrizione all’albo che verrebbe prevista per i dipendenti, che può avere una sua logica in una categoria con retribuzioni spesso modeste e condizioni lavorative fragili; il problema è il principio secondo cui professionisti appartenenti allo stesso Ordine possano essere sottoposti a regimi diversi a seconda del rapporto di lavoro. 

Un educatore dipendente da un Comune e un educatore libero professionista restano entrambi educatori: può cambiare il contratto, può cambiare il datore di lavoro, può cambiare il contesto organizzativo, ma non dovrebbe cambiare la natura della professione. 

Ciò vale soprattutto per la formazione, perché la formazione organizzata dal datore di lavoro risponde ai bisogni di quella specifica organizzazione, mentre la formazione professionale permanente serve a mantenere viva l’autonomia del professionista, ad aggiornare competenze, strumenti, riferimenti metodologici e deontologici anche al di là delle necessità immediate del luogo di lavoro. Se queste due dimensioni vengono confuse, il rischio è che la crescita professionale finisca per dipendere sempre di più dal datore di lavoro.

Un Ordine professionale non dovrebbe essere soltanto un ufficio che raccoglie iscrizioni e quote, ma la casa della professione, il luogo in cui si definiscono autonomia, responsabilità, deontologia, formazione continua e qualità dell’esercizio professionale. Il professionista dipendente risponde certamente al proprio datore di lavoro per il contratto, ma risponde anche alla propria comunità professionale per la qualità e la correttezza del proprio agire. Per questo lascia perplessi l’idea di costruire dentro lo stesso Ordine condizioni diverse a seconda che si abbia una busta paga o una partita Iva.

Alla ripresa dei lavori

Alla ripresa dei lavori del Parlamento, Apei non chiede di congelare la legge 55, ma di farla funzionare: correggere ciò che non funziona, semplificare la fase transitoria, arrivare finalmente alle elezioni e dare agli iscritti un Ordine democratico, sostenibile e realmente rappresentativo. Quello che chiediamo, soprattutto, è di non utilizzare questa fase per creare nuove separazioni. Dopo anni di frammentazione, la categoria ha bisogno dell’opposto: un’identità professionale più forte, regole chiare, meno burocrazia, più autonomia e un Ordine che unisca, invece di moltiplicare sezioni, elenchi e differenze. 

Il confronto sul ddl 1712, quindi, non è una battaglia contro l’Ordine, ma il tentativo di fare in modo che l’Ordine nasca davvero come casa comune di pedagogisti ed educatori e non come luogo in cui fissare per legge tutte le divisioni che la categoria prova da anni a superare.

Alessandro Prisciandaro è presidente nazionale dell’Associazione Pedagogisti Educatori Italiani – Apei. Foto di Kampus Production su Pexels

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