Togli l’asterisco (della disabilità), guarda davvero (le persone)!

Tratto da 

di Anna Maria Gioria*

Nuova realtà a Milano, finalizzata all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, il “BarBip” nasce per diffondere un messaggio preciso, ossia “Togli l’asterisco. Guarda davvero”, ove l’asterisco, che ne è anche il simbolo grafico e il logo, rappresenta “quell’etichetta” che rischia di oscurare la persona. Ai clienti si chiede duqnue di andare oltre i pregiudizi e le categorie, per incontrare le persone, ciascuna con la sua storia e il suo percorso

Il BarBip è una nuova realtà milanese, finalizzata all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità e ne parlo con particolare piacere per due ragioni: si trova in Via Solari, 22, Milano, poco distante da casa mia, e inoltre, mi ha incuriosito, fin da subito, la sua denominazione: il locale che “toglie l’asterisco alla disabilità”.
Al suo interno, sulla parete più in vista si legge la frase alquanto significativa che non lascia spazio a interpretazioni: «Bip è il suono della censura. L’asterisco è il suo segno. Per anni ha coperto parole, storie, persone. Anche la disabilità, spesso, è stata trattata così: da segnalare e da attenuare. Noi abbiamo scelto di togliere l’asterisco». Una scritta che riassume in modo chiaro la filosofia del bar, espressa già molto bene nel nome, BarBip. “Bip”, infatti, è notoriamente il segnale sonoro che per molti anni in televisione ha coperto parole o parti del discorso, giudicate offensive e inappropriate. Secondo gli ideatori del locale, qualcosa di simile, in passato, è avvenuto nei confronti delle persone con disabilità; le stesse, infatti, sono state identificate per diverso tempo attraverso una definizione, una diagnosi o un limite, e non per le loro capacità, aspirazioni e caratteristiche personali. Da tale assioma è nato il claim «Togli l’asterisco. Guarda davvero» e l’asterisco, simbolo grafico e logo del bar, rappresenta proprio “quell’etichetta” che rischia di oscurare la persona; pertanto, a tutti i clienti viene chiesto di andare oltre i pregiudizi e le categorie, per incontrare gli individui, ognuno con la sua storia, con la propria personalità e il loro percorso.

Anche se il BarBip è di recente apertura, la sua storia ha radici lontane. Agli inizi degli Anni Ottanta, in un gruppo di amici, tra cui c’era un ragazzo con disabilità nato nella parrocchia milanese di Santa Maria del Rosario, progressivamente entrarono sempre più persone, fino a diventare una vera e propria comunità. L’impegno della stessa è sempre stato un work in progress rivolto a promuovere una reale autonomia delle persone con disabilità. Nel tempo, l’attenzione si è concentrata sull’inserimento lavorativo, tematica molto discussa dalle Istituzioni e dall’opinione pubblica, ma, dal punto di vista pratico, con opportunità frammentarie, limitate e poco valorizzanti.
In tale contesto assai poco rassicurante, BarBip si pone come una realtà economica concreta, aperta al pubblico e integrata nella vita del quartiere. Le persone con disabilità che lavorano nel locale, infatti, hanno ciascuna un ruolo attivo e non marginale, accolgono i clienti, prendono gli ordini, servono ai tavoli, imparando e sviluppando competenze che possono essere utili anche in altri contesti lavorativi.
Lo sforzo maggiore è rivolto a far sì che il bar non sia un luogo di separazione, ma aperto a tutti e concepito come un punto di incontro dove la normalità delle relazioni di tutti i giorni contribuisca a superare gli stereotipi e le distanze. I clienti che vi entrano per bere un caffè non trovano una narrazione costruita intorno alla disabilità, ma semplicemente persone che lavorano.
Particolare è anche la connotazione economica: essendo BarBip una Cooperativa Sociale senza fini di lucro, tutti gli introiti vengono utilizzati per la stessa progettualità, ossia ampliare le attività della Cooperativa stessa, finanziare percorsi formativi e supportare altre iniziative.

«Mi chiamo Maria – racconta una delle giovani che lavora al BarBip – ho 22 anni e ho iniziato a lavorare in questo bar a maggio. È la mia prima esperienza lavorativa: non avevo mai provato a lavorare in un bar prima d’ora, ma mi sto trovando davvero bene sia con i colleghi che con i clienti. In questo periodo ho già imparato a fare molte cose: a preparare il caffè, a prendere le ordinazioni con il palmare, a portare i vassoi ai tavoli e anche a sparecchiare. L’ambiente qui è tranquillo e sono davvero felice di questa nuova esperienza».

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Il bar che vuole togliere l’asterisco alla disabilità” e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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