Tonino Urgesi*
In un mondo in cui spesso prevalgono la velocità, il giudizio e l’indifferenza, la gentilezza rappresenta un gesto profondamente rivoluzionario. Essa non è semplicemente una forma di educazione o una pratica di cortesia superficiale; quando si intreccia con l’empatia, diventa una scelta etica e antropologica, perché implica il riconoscimento dell’altro nella sua piena umanità.
Essere empatici significa vedere la persona prima della sua condizione, del suo ruolo sociale o delle sue difficoltà. Significa incontrare l’altro senza pregiudizi, attraverso uno sguardo capace di accogliere la complessità della sua esperienza e di riconoscerne il valore intrinseco. L’empatia richiede la capacità di andare oltre ciò che appare immediatamente visibile, per incontrare la persona nella sua unicità e nella ricchezza della sua storia.
La vera empatia, inoltre, nasce dall’ascolto e dalla capacità di considerare l’altro non come un oggetto di cura, ma come un soggetto portatore di diritti, emozioni, aspirazioni e libertà. Essa richiede sensibilità, rispetto e la disponibilità ad accogliere ciò che spesso rimane invisibile o non riconosciuto.
In questa prospettiva si apre la necessità di una “nuova pedagogia della persona con deficit”: una pedagogia fondata non sulla mancanza, sul limite o sulla dipendenza, ma sulla valorizzazione della persona nella sua interezza.
Questo principio assume un’importanza fondamentale soprattutto quando incontriamo una persona con deficit. Troppo spesso, infatti, lo sguardo sociale si concentra esclusivamente sulla fragilità, sulla dipendenza o sul bisogno di assistenza, dimenticando che ogni individuo possiede una dimensione emotiva, relazionale, corporea e progettuale che costituisce parte integrante della propria identità.
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” richiede dunque un cambiamento di prospettiva: passare da una visione centrata sul bisogno a una visione centrata sulla persona. Il che significa riconoscere ogni individuo come protagonista della propria esistenza, capace di autodeterminazione, partecipazione e scelta. L’educazione e la cura non devono limitarsi a compensare una difficoltà, ma devono creare condizioni affinché ciascuno possa esprimere le proprie potenzialità e costruire il proprio progetto di vita.
In questo contesto, l’empatia significa restituire alla persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità: non soltanto come qualcuno che riceve aiuto, ma come una persona capace di desiderare, scegliere, amare, costruire relazioni e vivere pienamente la propria corporeità.
Uno degli aspetti più frequentemente negati riguarda proprio la dimensione affettiva e sessuale. Nella nostra società, infatti, permane ancora una difficoltà culturale nel riconoscere che anche le persone con deficit possiedono bisogni affettivi e sessuali, desideri, curiosità, necessità di intimità e il diritto di vivere una relazione autentica con il proprio corpo e con gli altri.
Spesso la persona viene infantilizzata e privata simbolicamente della propria maturità affettiva, come se il deficit potesse cancellare il desiderio o rendere marginale la dimensione sessuale e psico-corporea. Questo rappresenta una forma di invisibilità che incide profondamente sulla dignità della persona, perché nega la complessità dell’essere umano e riduce l’identità individuale alla sola condizione di fragilità.
Riconoscere il bisogno sessuale della persona con deficit non significa ridurre l’individuo alla dimensione istintiva o fisica, ma comprendere che la sessualità è una componente naturale dell’essere umano. Essa riguarda il modo in cui percepiamo noi stessi, il bisogno di vicinanza, il desiderio di essere riconosciuti, accolti e amati. Anche questa dimensione appartiene al diritto della persona di vivere pienamente la propria soggettività.
Quando questa dimensione viene ignorata, la persona rischia di vivere una condizione di solitudine ancora più profonda: non soltanto perché può incontrare ostacoli pratici o sociali, ma perché viene privata dello spazio simbolico in cui poter esprimere una parte essenziale della propria identità.
L’empatia autentica, accompagnata dalla gentilezza, diventa allora anche la capacità di ascoltare ciò che spesso rimane inespresso. Significa creare contesti educativi e relazionali nei quali la persona con deficit possa parlare dei propri sentimenti, dei propri desideri e delle proprie pulsioni senza vergogna né giudizio. Essere gentili significa non decidere al posto dell’altro ciò che può o non può provare. Significa non imporre limiti determinati dal pregiudizio, ma accompagnare ogni persona nel percorso di conoscenza di sé e nella costruzione della propria autonomia affettiva, relazionale e sociale.
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” si fonda proprio su questo principio: educare allo sguardo, alla relazione e al riconoscimento. Non si tratta soltanto di offrire sostegno, ma di costruire ambienti capaci di accogliere la persona nella sua totalità, valorizzandone la voce, le scelte, i desideri e la capacità di partecipare alla vita sociale.
Viviamo in una società nella quale spesso le persone vengono ridotte alle loro funzioni: il “cliente”, l’“utente”, il “paziente”, il “lavoratore”. Anche la persona con deficit rischia di essere considerata soltanto attraverso il ruolo di chi riceve assistenza. Ma prima di ogni definizione vi è una persona, con una storia, un corpo, un desiderio, una dignità e un progetto di vita che chiedono di essere riconosciuti.
L’empatia è proprio questo: restituire umanità agli incontri quotidiani. È fermarsi abbastanza a lungo da vedere davvero l’altro. È comprendere che ogni persona non ha bisogno soltanto di cura, ma anche di relazione, affetto, rispetto, tempo per vivere pienamente se stessa e possibilità concrete di essere riconosciuta nella propria complessità.
La più grande rivoluzione del nostro tempo consiste nel superare l’indifferenza e costruire una cultura dell’incontro, nella quale anche la persona con deficit possa essere riconosciuta nella sua interezza: non soltanto come qualcuno da proteggere, ma come qualcuno capace di desiderare, amare ed essere amato.
La “nuova pedagogia della persona con deficit” invita quindi a superare ogni sguardo riduttivo e a promuovere una cultura della possibilità, nella quale la diversità non venga interpretata come assenza o limite, ma come una delle molteplici forme attraverso cui si manifesta l’esperienza umana.
L’empatia, in fondo, è il linguaggio attraverso cui diciamo all’altro: «Ti vedo. Ti riconosco. La tua vita, i tuoi desideri e la tua umanità hanno valore».
*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

ANFFAS LOMBARDIA APS
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