Oltre l’inclusione: abitare la complessità umana, perché la qualità nasce da l’intreccio delle differenze

Tratto da 

di Rosita Lanciotti*

«Bisogna iniziare a leggere le difficoltà come il risultato dell’incontro tra persone e contesti progettati in modo inadeguato – scrive Rosita Lanciotti -. La soluzione non consiste dunque nel costruire percorsi separati, spazi protetti o riserve inclusive, ma nel mettere insieme competenze, esperienze e differenze per generare ambienti universali. Quando urbanistica, scuola, lavoro e politica abbandoneranno la logica dell’eccezione per abbracciare la complessità dell’umano, forse non avremo più bisogno di parlare di integrazione o inclusione»

Per decenni abbiamo affrontato il tema della diversità umana attraverso parole rassicuranti come integrazione prima e inclusione poi. Eppure entrambe le formule contengono un limite originario: presuppongono l’esistenza di un centro dominante, solido e sedicente “normale”, che decide quanto margine accogliere e a quali condizioni.
Negli ultimi anni, grazie anche all’affermazione del modello sociale della disabilità e alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, si è progressivamente compreso che molte delle difficoltà attribuite alle persone derivano in realtà dai contesti che abitiamo. La questione, infatti, non riguarda soltanto le caratteristiche individuali, ma il modo in cui organizziamo gli spazi, le istituzioni, la scuola, il lavoro e la vita collettiva.
Eppure continuiamo spesso a rispondere alla diversità attraverso una logica riduzionista. Si tenta di risolvere una caratteristica strutturale dell’umanità – l’infinita varietà dei corpi, delle menti e delle esperienze – isolandola in categorie speciali, delegandola a figure specialistiche e frammentando la realtà in compartimenti separati. Così facendo si perde di vista il quadro complessivo, ossia che la diversità non è un’eccezione da gestire, ma la condizione ordinaria dell’esistenza umana.

Edgar Morin e la sfida della complessità
Per superare questo paradigma è utile tornare alla lezione del noto sociologo e filosofo Edgar Morin, recentemente scomparso, che ha dedicato gran parte del proprio lavoro a comprendere la complessità del reale.
Morin ci ricorda che il mondo non è una somma di elementi isolati, ma un tessuto di relazioni. Il termine latino complexus significa infatti “ciò che è tessuto insieme”. Quando separiamo ciò che nella realtà è connesso, perdiamo la capacità di comprendere l’insieme.
Applicare il pensiero complesso alla convivenza sociale significa riconoscere che la diversità non è una complicazione da amministrare, ma la struttura stessa del tessuto umano. Se separiamo discipline, saperi, corpi e biografie, perdiamo la possibilità di costruire comunità realmente inclusive.
Una società complessa non cerca di omogeneizzare le differenze né di includere l’altro dentro una struttura già definita. Si riconosce piuttosto come una comunità nella quale le parti si influenzano reciprocamente. Non esiste un “noi” che include un “loro”: esiste un unico sistema interdipendente che deve imparare a valorizzare le differenze senza annullarle.

Dal pensiero alla pratica: il Parco Inclusivo Universale dei Tetrabondi
Questa visione trova una concreta traduzione nel progetto P.I.U. (Parco Inclusivo Universale) promosso dalla Fondazione Tetrabondi ETS per la riqualificazione di Parco Schuster a Roma.
Non si tratta di un parco giochi tradizionale al quale sia stata aggiunta, in un secondo momento, qualche attrezzatura accessibile. Sarebbe la classica logica dell’adattamento successivo: la toppa applicata a un modello pensato per altri. Il P.I.U. nasce invece da un processo di coprogettazione universale e partecipata che ha coinvolto architetti, terapisti occupazionali, ricercatori, famiglie e persone con disabilità. In brevi parole, l’accessibilità non è stata delegata a uno specialista, ma è diventata il principio generatore dell’intero progetto.
Il risultato è uno spazio concepito fin dall’origine per accogliere la pluralità dei corpi, delle percezioni e delle modalità di partecipazione. Non esistono percorsi speciali o soluzioni separate. L’accessibilità non è un’aggiunta: è il progetto.
In questo senso il Parco Inclusivo Universale rappresenta molto più di un intervento urbanistico. È una dimostrazione concreta di come il pensiero complesso possa tradursi in pratica sociale.

Dai parchi alle aule: quando la complessità entra nella scuola
La stessa logica può essere applicata alla scuola. Il progetto delle Avanguardie Educative rappresenta oggi uno dei tentativi più interessanti di tradurre il paradigma della complessità in pratiche didattiche concrete. Le loro proposte non si limitano a introdurre nuove metodologie, ma invitano a ripensare radicalmente l’organizzazione dell’apprendimento.
L’idea dell’Apprendimento Differenziato, ad esempio, supera il modello della lezione unica uguale per tutti. Come nel Parco Inclusivo Universale, l’ambiente viene progettato fin dall’inizio per accogliere differenti modalità di accesso alla conoscenza. Attività visive, manipolative, digitali, collaborative e narrative convivono nello stesso contesto, consentendo a ciascuno di trovare il proprio percorso senza essere etichettato come eccezione.
L’idea Oltre le discipline richiama direttamente il pensiero di Morin. Così come il P.I.U. è nato dall’incontro tra architettura, neuroscienze e vissuti reali, la scuola può superare la frammentazione disciplinare costruendo percorsi che intrecciano scienze, arte, tecnologia, cittadinanza e linguaggi. La complessità del reale non entra nelle caselle dell’orario scolastico; richiede collaborazione, contaminazione e progettazione condivisa.
Anche il Service-Learning rappresenta una concreta applicazione di questo paradigma. Gli studenti non sono destinatari passivi di contenuti, ma soggetti attivi che mettono le proprie competenze al servizio della comunità. Mappare le barriere architettoniche del quartiere, collaborare con le amministrazioni locali, progettare spazi accessibili o promuovere iniziative di cittadinanza significa apprendere trasformando la realtà e riconoscersi come parte di una comunità interdipendente.
Infine, l’idea dello Spazio flessibile mette al centro il corpo. L’aula tradizionale, organizzata attorno alla rigidità del banco individuale, riflette una concezione standardizzata dell’apprendimento. Gli ambienti flessibili, al contrario, riconoscono la pluralità delle modalità di stare, muoversi, concentrarsi e collaborare. Come nei playground universali, lo spazio diventa una risorsa educativa e non un vincolo.

Ma perché la scuola continua a resistere?
Se queste pratiche esistono e sono disponibili, perché faticano a diffondersi? La risposta non risiede nella mancanza di strumenti o di competenze. Il problema è culturale.
La scuola moderna è stata costruita per semplificare la complessità: separa discipline, organizza tempi rigidi, classifica bisogni, distribuisce competenze professionali secondo una logica gerarchica. Di fronte alla diversità tende ancora a rispondere attraverso la delega: l’insegnante di sostegno si occupa dell’alunno con disabilità, l’esperto dell’accessibilità risolve le barriere, lo specialista affronta il problema specifico. È la stessa logica che per anni ha caratterizzato molte politiche dell’inclusione.
Ma la complessità non può essere delegata. Così come nessuno specialista, da solo, avrebbe potuto progettare il Parco Inclusivo Universale dei Tetrabondi, nessuna figura professionale isolata può costruire una scuola realmente capace di accogliere la pluralità umana.
La qualità nasce dall’intreccio delle differenze, dalla collaborazione tra saperi, dalla partecipazione delle persone direttamente coinvolte e dalla capacità di progettare contesti che funzionino per tutti.

Imparare a mettere insieme
Il progetto dei Tetrabondi e il pensiero di Morin indicano una direzione chiara: smettere di considerare i bisogni dei singoli corpi come deficit individuali e iniziare a leggere le difficoltà come il risultato dell’incontro tra persone e contesti progettati in modo inadeguato.
La soluzione non consiste nel costruire percorsi separati, spazi protetti o riserve inclusive. Consiste nel mettere insieme competenze, esperienze e differenze per generare ambienti universali.
Quando urbanistica, scuola, lavoro e politica abbandoneranno la logica dell’eccezione per abbracciare la complessità dell’umano, forse non avremo più bisogno di parlare di integrazione o inclusione. E come accade nel Parco Inclusivo Universale, la diversità non sarà più un problema da gestire, ma il principio generativo dello spazio comune.

*Insegnante di sostegno.

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