Un incontro nudo con la disabilità, un incontro che non chiede il biglietto da visita, ma presenza

Tratto da 

di Elena Malagoli*

«Nel mondo della disabilità – scrive Elena Malagoli -, al dì là di un immaginario edulcorato, esistono anche persone che sono oltre la soglia di un incontro facile. Persone con corpi, esigenze e comportamenti “non addomesticabili”, che ci richiedono di muoverci e di andare “a casa loro” anziché invitarli “a casa nostra” in veste di ospiti ben educati. Sono persone che ci chiedono di presentarci nudi, spogliati dei nostri rassicuranti codici relazionali e dei ruoli sociali. Persone che ci chiedono autenticità»

Spesso si parla di “disabili” come se fossero una categoria compatta di persone con caratteristiche comuni. In realtà la disabilità può esprimersi in innumerevoli modi, tutti diversi, tante quante sono le persone con disabilità. E noi “normali”, a chi pensiamo quando diciamo “disabili”?
Mi sembra che spesso pensiamo a chi comunque condivide con noi codici relazionali, comunicativi e comportamentali, comprensibili e socialmente accettati. Che sia l’atleta paralimpico o l’artista sulla sedia a rotelle, ma genio della sua disciplina, che sia l’esempio di resilienza e voglia di vivere, che siano i ragazzi con ritardo cognitivo che dicono cose buffe e tenere che ci commuovono, la disabilità che concepiamo è quella che possiamo “addomesticare”, cioè “riportare a casa”. E, ad essere sincera, penso che questo sia anche comprensibile e naturale, perché è innegabile che la relazione diventi più complicata quando i codici non sono condivisi e risultano socialmente spiazzanti.
In fondo questo succede anche con ogni tipo di “straniero”, cioè persone con cui non condividiamo la stessa lingua e la stessa cultura.
Sono incontri che richiedono, più di altri, un esercizio di reciproca disponibilità e apertura.
Nel mondo della disabilità, al dì là di un immaginario edulcorato, esistono anche persone che sono oltre la soglia di un incontro facile. Persone con corpi, esigenze e comportamenti “non addomesticabili”, che ci richiedono di muoverci e di andare “a casa loro” anziché invitarli “a casa nostra” in veste di ospiti ben educati.
Persone che possiamo incontrare solo oltre ciò che ci somiglia e che è assimilabile.
Ma oltre quella soglia c’è sempre una persona. Una persona che ci chiede di presentarci nudi, spogliati dei nostri rassicuranti codici relazionali e dei ruoli sociali. Una persona che ci chiede autenticità.
Attraversare quella soglia può intimorire, lo capisco, ma può diventare un incontro con l’umanità più essenziale. Quella che comunica con la pelle, con il respiro, con gli odori, con il tocco, con le sfumature della voce, con gli sguardi, con i gesti e il movimento del corpo. Quella che non ci chiede il biglietto da visita, ma presenza. Che ci chiede di inventare e di parlare una lingua condivisa e unica per entrare in relazione.
Un incontro fra persone “nude” può spaventare, e imbarazzare, e spiazzare, lo capisco. Ma se pensiamo veramente che ogni persona abbia dignità, allora credo sia un movimento che vale la pena fare.
Si tratta di decidere di compiere quel passo, per poter incontrare, superata la soglia, anche la versione nuda di noi stessi.

*Caregiver familiare, madre di una ragazza con pluridisabilità complesse, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro “Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie”.

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