Gli educatori più che 'specie rare' sono 'specie migranti'. Se ne vanno e rischiano di non tornare più

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Il presidente e il vicepresidente dell'associazione Mille - Movimento indipendente liberi lavoratori dell’educazione intervengono nel dibattito aperto dalla campagna "Specie rare". La difficoltà a trovare educatori professionali non è dovuta alla loro rarità, ma al fatto che sempre più professionisti scelgono di abbandonare il lavoro sociale. Un nodo centrale è quello degli stipendi, non sufficientemente affrontato

La recente campagna pubblicitaria della cooperativa Koinè, Specie Rare, ci ha sicuramente emozionato, sia per la potenza delle immagini, sia perché in quelle immagini molte colleghe e colleghi si riconoscono, in particolare in quel senso di solitudine che spesso sentiamo quando proviamo a far sentire le nostre voci per reclamare da troppi anni una posizione professionale mai riconosciuta.

La campagna, peraltro, si inserisce in un filone di inconsueta visibilità della nostra professione, decisamente maggiore rispetto ai nostri standard: abbiamo in mente, ad esempio, il convegno organizzato dalla ministra Locatelli a Milano nel marzo scorso o i vari articoli sul tema comparsi anche su testate non specialistiche. L’iniziativa di Koinè ha anche il merito di mettere in chiaro un concetto fondamentale: la crisi della professione non è un problema “di nicchia”, che riguarda solo le persone che operano nel sociale, ma è un problema generale, pubblico, e quindi politico.

Il nodo della remunerazione

Ma se da un lato come educatori professionali riconosciamo l’urgenza di portare le nostre ricchezze e le nostre fatiche all’attenzione di tutta la cittadinanza, dall’altro crediamo che la definizione più corretta per gli educatori professionali non sia “specie rara” ma “specie migrante”. Solo che i migratori passata la brutta stagione, tornano. Noi invece stiamo assistendo ad un fenomeno che porta migliaia di lavoratrici e lavoratori a lasciare per sempre la professione per cui si sono formati perché non possono svolgere il loro lavoro come andrebbe fatto: un po’ perché la loro professionalità non è riconosciuta, un po’ – più spesso – perché non ricevono un salario sufficiente per campare.

È un punto cruciale. Siamo i primi, beninteso, a dire che la crisi non riguarda solo il livello stipendiale, ma ogni volta che si parla di questo tema è bene sottolineare che la crisi del lavoro educativo non si può risolvere se non si mette mano al portafoglio. Il riconoscimento della qualità di un professionista avviene anche tramite la sua remunerazione e, d’altra parte, la sua mancanza ne determina in maniera inequivocabile il declassamento: agli occhi dell’utenza, delle loro famiglie, della politica, degli altri professionisti, della pubblica amministrazione. Se anche a parole ci dicono il contrario, molte e molti di noi sperimentano quotidianamente come la nostra qualificazione economica determini nei nostri interlocutori un inconscio disconoscimento del nostro operato e della nostra qualità professionale.

Ed è proprio qui a nostro parere che l’iniziativa di Koinè mostra il proprio limite: la narrazione che la campagna propone ci racconta di una crisi tutta interna alla professione, mentre le componenti e/o le cause di questa crisi sono anche, se non per la maggior parte, esterne. Tenere a margine la questione “stipendi” significa disconoscere una parte importante del problema. A nostro avviso la retribuzione andava portata tra i primi elementi di “fatica, disallineamento, vulnerabilità”.

Il nodo della cooperazione sociale

In un welfare in cui la stragrande maggioranza dei servizi è gestita dal privato sociale l’assenza di questa tematica suscita qualche perplessità, perché la cooperazione negli anni si è rivelata – a nostro parere – parte del problema, proponendo ricette “difensive”, non in linea con le richieste dei lavoratori, sempre più spesso affiancati o sostituiti da personale non adeguatamente qualificato.

Beninteso, non vogliamo mettere nessuno alla gogna. Chi scrive, nel proprio agire professionale, ha continuamente relazioni con colleghe e colleghi del privato sociale: della maggior parte di loro abbiamo stima, ne conosciamo (e condividiamo!) la passione per questo lavoro e riconosciamo la funzione fondamentale e positiva che la cooperazione ha avuto nella strutturazione del nostro welfare. Ci pare però altrettanto evidente che la scelta di giocare al ribasso per mantenere in piedi i servizi, ma erodendo le remunerazioni e la qualità di vita nei luoghi di lavoro stia mostrando da tempo tutti i propri limiti. Siamo anche certi che la scelta è stata fatta in assoluta buona fede, ma forse con poca attenzione alle conseguenze: pensare che sia un “dovere” del privato sociale salvare i servizi “a tutti i costi” nei fatti ha avuto dei costi e ha generato dei danni che a nostro giudizio non sono stati adeguatamente considerati.

La crisi è di sistema, è complessa e ha radici lontane nel tempo e diversificate nei territori. Per questo crediamo sia necessario un confronto approfondito, ma la costruzione di percorsi di uscita dalla crisi deve partire anche dal riconoscere con franchezza le responsabilità di ogni attore.

Abbiamo letto con attenzione il “Manifesto del lavoro sociale” pubblicato da VITA in occasione del Primo Maggio: sediamoci a un tavolo, tutti, e proviamo a progettare un futuro diverso.

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