Hannah Arendt scriveva che «l’educazione è il punto in cui decidiamo se amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità». Oggi, quel punto è sotto pressione. Se non agiamo con urgenza, non sarà solo una professione a scomparire: sarà un pezzo di società civile a cedere. Ma cosa possiamo fare, oltre a lanciare l'allarme? Le riflessioni della pedagogista ed ex parlamentare che ha scritto la storia recente del riconoscimento giuridico delle professioni educative
C’è una crisi silenziosa che avanza nei margini del dibattito pubblico, mentre l’attenzione collettiva si concentra altrove. È la crisi di una professione che tiene insieme le fondamenta del nostro sistema di welfare: quella dell’educatore.
Una figura che accompagna i bambini nei primi anni di vita, sostiene gli adolescenti a rischio, prende per mano gli anziani, affianca le persone con disabilità. Una professione che, in una società che dice di voler essere civile, dovrebbe essere al centro di ogni politica sociale. E che invece, oggi, non riesce più a trovare chi voglia esercitarla.
L’allarme è stato più volte lanciato nei contesti professionali. E i dati parlano con una chiarezza che non ammette equivoci. Nell’anno accademico 2025-26, ad esempio, per i corsi di laurea in Educatore professionale sanitario i posti disponibili in tutta Italia erano 844, ma le candidature sono state appena 546: il 35% dei posti è rimasto vuoto. Non è un episodio isolato. Il rapporto tra domande e posti disponibili è scivolato da 0,97 nell’anno accademico 2021-22 a 0,6 nel 2025-26: una perdita di interesse sistematica, documentata, irreversibile se non si cambia rotta.
Contestualmente, le posizioni scoperte nei servizi socioeducativi sono in drastico aumento e alcuni servizi – soprattutto quelli residenziali, i più complessi e i più necessari – stanno chiudendo per mancanza di personale. Come si è arrivati a questo punto? E quali conseguenze si prefigurano?
Il paradosso di una professione riconosciuta ma non valorizzata
È necessario rafforzare i contesti. È necessaria una revisione di turni, retribuzione, fatica, stress, burnout per una professione che è stata essenziale e decisiva nella storia dello sviluppo del paese e sempre vissuta con dedizione e passione. Ma oltre a ciò è necessario rafforzare l’investimento sul riconoscimento in termini culturali e simbolici della dignità professionale. Perché educatori non ci si improvvisa. Valorizzare i ruoli di educatori e educatrici è diventato più difficile, a fronte della crescente complessità e insicurezza di molte situazioni che non possono ricadere solo su queste figure, che in alcuni casi hanno dovuto subire persino aggressioni verbale e talvolta anche fisica, da parte di genitori o familiari.
L’educatore porta sulle spalle un carico invisibile: la responsabilità dell’altro. Affronta quotidianamente la fragilità, emotiva, sociale, di individui e della comunità. E lo fa con competenze professionali, certo, ma anche con una presenza che non si può misurare. Perché la cura non è un gesto meccanico: è relazione, ascolto, empatia. È dunque urgente chiedersi: chi si prende cura di chi lavora nella cura educativa?
Ho dedicato anni della mia vita, come pedagogista prima, come parlamentare poi, a battermi per il riconoscimento giuridico delle professioni educative. La Legge 205 del 2017, i commi 594-599 che definivano per la prima volta il profilo dell’educatore professionale socio-pedagogico e del pedagogista, poi il Disegno di Legge approvato nell’aprile 2024 sull’istituzione degli albi professionali: passi necessari, storici, attesi da decenni da una comunità professionale che conta almeno 200mila persone. L’agire educativo, come ho scritto più volte, esige una professionalità che va formata e ri-formata continuamente.
Eppure il riconoscimento normativo, da solo, non basta. Anzi, rivela oggi tutta la sua insufficienza di fronte a un dato brutale: lo stipendio medio netto di un educatore professionale in Italia è di circa 1.100 euro al mese. Chi entra nella professione senza avere esperienza percepisce anche meno: 830 euro netti. In un Paese in cui l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie e il costo della vita nelle città è diventato insostenibile, questo significa che scegliere di fare l’educatore equivale, per molti giovani, a scegliere la precarietà come condizione di vita. Non è cinismo. È aritmetica.
Padri e madri della attuale crisi
Questa crisi ha molti padri e madri. Lo Stato, che ha investito nel Pnrr per costruire nuovi asili nido, sembra non preoccuparsi di formare e creare condizioni dignitose per chi avrebbe dovuto animarli: si stima oggi un fabbisogno di 25mila nuovi educatori per coprire i posti previsti, a fronte di un numero di laureati del tutto insufficiente. Le Regioni, che hanno tardato a costruire sistemi formativi coerenti e percorsi di aggiornamento continuo. Le Università, che non hanno dialogato abbastanza con il mercato del lavoro educativo, consegnando ai laureati strumenti teorici preziosi ma spesso senza prepararli all’impatto con la complessità dei contesti reali. Gli enti gestori, cooperative sociali, enti del Terzo settore, che per anni hanno dato per scontata l’esistenza di un “esercito di riserva” di professionisti disposti ad accettare condizioni contrattuali inadeguate.
C’è un aspetto che mi preoccupa forse più di tutti gli altri, e che i numeri faticano a catturare: il progressivo svuotamento di senso che accompagna questa professione. Paulo Freire ci ha insegnato che «l’educazione è un atto d’amore e perciò un atto di coraggio». Ma il coraggio si consuma quando non trova sostegno. Il burnout, quella sindrome di disagio emotivo che si diffonde in tutte le professioni di cura, non è una debolezza individuale: è la risposta prevedibile di circa 200mila persone che vengono esposte, senza adeguati strumenti e supporti, a situazioni di sofferenza, disagio, fragilità altrui. E che tornano a casa con 1.100 euro in tasca.
Cosa fare, adesso, oltre gli allarmi
Che cosa si deve fare, adesso. Non si tratta di lanciare allarmi, ma di indicare responsabilità concrete, di metodo e di merito.
Prima di tutto, retribuzioni adeguate. Gli educatori che operano nelle cooperative sociali, la grande maggioranza, sono inquadrati con retribuzioni base di 1.350-1.400 euro lordi mensili. Il rinnovo contrattuale del 2024 è stato un passo, ma insufficiente. Servono risorse pubbliche dedicate, che rendano gli ambiti del lavoro educativo economicamente adeguato rispetto ad altri sbocchi, stabilizzando i percorsi lavorativi, invece dei contratti a termine reiterati, e non ignorando la mancanza di prospettive di carriera.
Un altro aspetto decisivo è l’investimento nella formazione continua e nella supervisione. Un educatore che non trova spazi di riflessione sul proprio lavoro, che non ha accesso alla supervisione pedagogica, che non partecipa a comunità di pratica, è un educatore destinato all’esaurimento. La formazione non è un lusso: è una condizione di qualità del lavoro e di tutela della salute professionale. Ma oggi chi si prende cura di chi si prende cura negli ambiti educativi?
Chi paga tutte le conseguenze di questa crisi sono le persone più vulnerabili, i bambini piccoli, gli anziani non autosufficienti, le persone con disabilità, i ragazzi in comunità, ovvero chi non ha voce o non è ascoltato. È compito della politica, dei media, dell’università e della società tutta rendere visibile ciò che viene deliberatamente tenuto nell’ombra.
Una questione di futuro
Hannah Arendt scriveva che «l’educazione è il punto in cui decidiamo se amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità». Oggi, quel punto è sotto pressione. Se non agiamo con urgenza, non sarà solo una professione a scomparire: sarà un pezzo di società civile a cedere.
E qui dobbiamo sottolineare il valore del futuro. Perdere la dimensione progettuale dell’esistenza significa perdere la capacità di proiettarsi nel futuro, di concepire speranze e prospettive di cambiamenti per gli educatori e per le persone di cui si prendono cura.
Perché l’educare rimane sempre, anche in modi diversi, la “rivincita” di un progetto di cura educativa sui vincoli della situazione. E un appiattimento nel presente che non sa guardare avanti sarebbe oggi un danno gravissimo per il futuro.

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