Rischio di diagnosi di autismo: come sostenere le abilità sociocomunicative nella primissima infanzia

Tratto da 

di Carlo Hanau*

«Ormai da tempo – scrive Carlo Hanau – la comunità scientifica concorda sul fatto che i segni di disfunzione della comunicazione e dell’interazione sociale possono essere individuati già nel primo e secondo anno di vita, e che intervenire precocemente su tali difficoltà è utile ed efficace. Prima dei due anni di età, per altro, si dovrebbe parlare di “rischio di diagnosi”, non di diagnosi di autismo. Il vero nodo critico nasce invece quando una diagnosi apre le porte alla prescrizione di psicofarmaci»

Da decenni la letteratura scientifica concorda su un punto fondamentale: i segni di disfunzione della comunicazione e dell’interazione sociale possono essere individuati già nel primo e secondo anno di vita, e intervenire precocemente su tali difficoltà è utile ed efficace.
Non si tratta di un’acquisizione recente. I risultati dell’ESDM (Early Start Denver Model) sono stati pubblicati infatti già nel 2010 da «Pediatrics», ma il lavoro che li ha resi possibili era iniziato molti anni prima. Quello studio ha mostrato che un intervento psicoeducativo intensivo, molto precoce produce miglioramenti significativi nello sviluppo socio-comunicativo.

Su quella stessa linea si colloca il lavoro di Elena Clò Sostenere le abilità sociocomunicative nella prima infanzia, presentato il 6 aprile 2024 a un convegno dell’ANGSA di Bologna (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo), che ha portato un contributo originale e particolarmente rilevante con interventi educativi avviati già nel primo anno di vita e realizzati nell’ambiente domestico dai genitori, durante le normali attività di accudimento, sotto la guida di professionisti esperti. L’obiettivo era documentare l’efficacia di un intervento precoce fuori dai contesti sperimentali, mostrando come la quotidianità familiare possa diventare uno spazio educativo strutturato. Quell’esperienza è confluita poi in uno studio pubblicato quest’anno dal «British Journal of Special Education».

Ma su cosa c’è consenso, e su cosa no? Nel dibattito scientifico attuale non c’è controversia sull’utilità dell’abilitazione precoce. Il confronto riguarda piuttosto le modalità dell’intervento, i contesti (naturali o strutturati) e il ruolo dei genitori e dei professionisti.
C’è un ampio accordo su un altro punto chiave: prima dei due anni di età si dovrebbe parlare di “rischio di diagnosi”, non di diagnosi di autismo.
La comunità scientifica, dunque, sta discutendo le modalità dell’abilitazione precoce, mentre c’è accordo sia sui segni di disfunzioni comunicative nei primi due anni di vita, sia sull’utilità di un’abilitazione che inizi subito dopo l’identificazione di detti segni, senza bisogno che vi sia una diagnosi di autismo. Un’educazione personalizzata, cucita sulle difficoltà individuali di un dato bambino, può infatti ben prescindere dalla diagnosi.
Il pedagogista Daniele Novara, come si legge su «Orizzonte Scuola» del 4 maggio scorso, concorda con la neurologa e psicologa cognitiva Uta Frith, secondo cui «bisognerebbe avere un filo di prudenza prima di dichiarare autistico un bambino di un anno e mezzo o due». E su questo concordano anche gli autori prima citati, la cui ricercatrice di riferimento è Sally Rogers.
Non si tratta di un ritorno ai tempi della cosiddetta “mamma frigorifero”, quando gli psicoanalisti psicodinamici e lacaniani imponevano di non fare diagnosi prima dei 6 anni. È una posizione coerente con un principio basilare: l’intervento psicoeducativo personalizzato non dipende dalla diagnosi. In altre parole, un’educazione/abilitazione mirata alle difficoltà individuali di un bambino prescinde dall’etichetta diagnostica e non comporta effetti negativi.

Il vero nodo critico, dunque, è quello legato al rischio di inappropriata prescrizione di antipsicotici. La questione, infatti, diventa pericolosa quando la diagnosi – o anche il solo sospetto – apre la strada a interventi farmacologici.
In questo senso desta forte preoccupazione quanto riportato nella Linea Guida 2025 dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) per bambini e adolescenti con disturbo dello spettro autistico (ASD), dove si legge: «Il Panel ISS della Linea Guida sulla diagnosi e trattamento del disturbo dello spettro autistico suggerisce di usare i D2 bloccanti piuttosto che non usare i D2 bloccanti in bambini e adolescenti con ASD (raccomandazione condizionata basata su una qualità bassa nelle prove di efficacia)». Una simile raccomandazione, infatti, sia pure moderata da una successiva nota, non fissando alcun limite inferiore di età né di durata, rende rischiosa qualsiasi anticipazione diagnostica. È ben diverso fare diagnosi se l’unica risposta è la psicoeducazione oppure farmaci tutt’altro che innocui, per tutte le età. Se infatti il sospetto o la diagnosi di autismo potessero condurre, anche indirettamente, all’uso di farmaci antipsicotici in età evolutiva, senza rispettare le regole dell’off label, allora Novara e Frith avrebbero perfettamente ragione a invocare la massima prudenza non solo per i bambini prima dei due anni, ma anche oltre i tre.

La ricerca, pertanto, indica con chiarezza la strada: interventi psicoeducativi tempestivi, intensivi, personalizzati, in ambiente naturale. Non quella delle “etichette” anticipate né, tanto meno, quella degli psicofarmaci per l’autismo. Si chiede quindi che venga cancellato questo suggerimento, contro il quale è in atto una petizione al Ministero della Salute che ha raccolto oltre 25.000 firme di esperti, associazioni e genitori, e un ricorso al Consiglio di Stato (in discussione il 14 maggio prossimo), presentato dall’APRI (Associazione per la ricerca sull’autismo Cimadori), dal Tribunale della Salute, dall’AGSAS di Palermo (Associazione Genitori Soggetti Autistici Solidali) e dall’Associazione emiliana L’Aliante.

*Presidente dell’APRI (Associazione per la ricerca sull’autismo Cimadori).

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