Educatori, assistenti sociali, insegnanti, infermieri, oss, badanti...Mai come oggi le lavoratrici e i lavoratori della filiera della cura sono in sofferenza. Le condizioni economiche e di stress professionale contano molto. Ma non conta meno la mancanza di riconoscimento civile e pubblico verso questi professionisti che hanno un peso determinante nella vita di tutti noi. Il "Manifesto del lavoro sociale" elaborato da VITA con le 75 organizzazioni del suo Comitato Editoriale vuole essere una presa di coscienza collettiva che senza i social worker perdiamo tutti
Il lavoro di cura tiene in piedi le nostre comunità. Eppure chi lo svolge, educatori, insegnanti, assistenti sociali, operatori delle Rsa, psicologi, Oss, badanti… spesso ha remunerazioni che non consentono di acquistare un’abitazione o di metter su famiglia. Ma non è solo questo: è la stima sociale che manca. VITA ha costruito intorno al tema un approfondimento di quasi 80 pagine che potrete leggere da settimana prossima sul numero del magazine di maggio. Ma abbiamo voluto andare oltre: con un Manifesto in cinque punti che non è una rivendicazione di categoria, ma un appello civico. Perché senza welfare non c’è benessere e senza lavoratori del sociale non c’è welfare. Condividilo, diffondilo, fallo girare: nei tuoi spazi professionali, nelle tue comunità, tra le persone che conosci. Ogni condivisione è un atto culturale e politico. È il modo più concreto per dire che questa società non può continuare a fingere di non vedere.
I. Il lavoro di cura difende il benessere di tutti
Fate sparire per un giorno solo le educatrici e gli educatori, le e gli insegnanti, le e gli assistenti sociali, le operatrici e gli operatori di comunità, le e i badanti, le psicologhe e gli psicologi dei consultori, le e gli oss delle Rsa, le e i cooperanti. Guardate cosa rimane. Rimangono anziani soli che non sanno come alzarsi dal letto. Rimangono ragazzi a rischio senza nessuno che li intercetti. Rimangono classi senza qualcuno che tenga insieme una comunità di bambini e adolescenti che spesso portano in aula il peso del mondo. Rimangono famiglie con una persona con disabilità abbandonate a se stesse. Rimangono donne in difficoltà che non sanno a chi rivolgersi. Rimangono persone in crisi senza nessuno che sappia come starci accanto. E quando questi professionisti non ce la fanno più — quando si dimettono, vanno in burnout, cambiano mestiere — quel vuoto non si riempie in fretta: perché questo lavoro richiede anni per essere imparato davvero, e si impara stando accanto alle persone, non sui libri. Ma c’è un punto ulteriore che non possiamo ignorare: molte delle condizioni che oggi attraversano la società — disabilità, cronicità, fragilità complesse — non chiedono interventi occasionali, ma continuità, integrazione, responsabilità condivisa nel tempo. Senza questa capacità di presa in carico, il sistema non solo si indebolisce: smette di essere affidabile. Il risultato lo pagano i più fragili per primi. Ma lo paga anche chi fragile non si considera ancora. Perché la vulnerabilità può raggiungere tutti, e prima di quanto pensiamo. Difendere chi si prende cura non è un gesto di generosità verso una categoria. È difendere noi stessi.
II. Il lavoro sociale è lavoro qualificato, oltre che vocazionale
Per molto tempo la cura è stata raccontata solo come vocazione, missione, dono. Dimensioni ispiratrici, che esigono oggi di essere riconosciute per il loro valore strutturato: è venuta l’ora di parlare di lavoro. Lavoro vero, spesso duro, qualificato. Chi accompagna una persona con disabilità costruisce percorsi di autonomia che richiedono anni di formazione e una resistenza emotiva che pochi mestieri esigono. Chi educa un bambino in condizione di fragilità in Italia e in tante altre parti del mondo porta su di sé una responsabilità enorme, compie un’impresa di altissimo valore e lo fa a nome di tutta la società. La “passione” si traduce in competenza e la “dedizione” diventa fatica professionale: in quanto tali non possiamo continuare a non valorizzarle, a non tutelarle, a non rispettarle. Se non lo faremo, continueremo a perderle.
III. I professionisti del sociale vanno pagati in modo equo
Il tema salariale è reale e urgente e va affrontato senza sconti. Ci sono professionisti del sociale che faticano a pagare le spese di prima necessità, come la casa, e a cui sono preclusi progetti di vita come la costruzione di una famiglia. Serve una remunerazione migliore. Oltre a questo, la crisi del lavoro sociale è strettamente connessa a una crisi di riconoscimento: di stima pubblica, di considerazione civica, di narrazione collettiva. Chi lavora nel sociale si sente invisibile, sottovalutato. Questa percezione non è un capriccio: è il riflesso fedele di come una società intera ha scelto di guardare — o meglio, di non guardare — chi si prende cura di lei. Riconoscere il lavoro sociale significa riconoscere un’infrastruttura essenziale del Paese: quella che tiene insieme servizi, famiglie e comunità, e che rende possibile, ogni giorno, la vita delle persone nelle situazioni di maggiore fragilità e dei loro familiari.
IV. Il welfare è un investimento redditizio
Occorre mettere la cura al centro del discorso pubblico. Smettere di trattare il welfare come una voce di costo da comprimere e cominciare a vederlo per quello che è: l’investimento più redditizio che una società possa fare su se stessa. Ogni euro speso in educazione, assistenza, salute mentale, supporto alle famiglie è un euro che evita dieci euro di emergenza. Ma soprattutto, è un euro che dice a ogni cittadino che non sarà lasciato solo: l’esperienza di cura è una formidabile pratica di responsabilità e partecipazione democratica. Questo richiede un salto di qualità: superare la frammentazione tra sanitario e sociale, costruire percorsi realmente integrati, garantire continuità della cura lungo tutto l’arco della vita, favorire la libertà di azione dei soggetti sociali affinché si realizzi concretamente il principio di sussidiarietà. Questo è il patto civile che vogliamo valorizzare. Questo è il patto che rischiamo di perdere.
V. Il lavoro di cura è un lavoro aperto a tutti: uomini e donne
Il personale maschile nelle scuole dell’infanzia non arriva all’1%. Nelle Rsa, nei consultori, nelle comunità educative, a reggere il welfare sono quasi sempre donne. Questo sbilanciamento deriva da una cultura che ha assegnato alle donne la responsabilità della cura. Ma è anche un’occasione mancata. Il lavoro di cura e di educazione offre ciò che molti cercano in un mestiere: senso, relazione, impatto reale sulla vita delle persone. Per i giovani uomini che cercano un lavoro con significato, è una frontiera quasi inesplorata e c’è bisogno di loro. In questi mondi la presenza maschile manca e si sente. Prendersi cura è una delle competenze più richieste, più difficili e più umane che esistano. Vale per le donne e vale per gli uomini.
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