Dare valore agli educatori per salvare il welfare dall’estinzione

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A Milano educatrici e operatori sociali diventano “specie rare” in una campagna di comunicazione promossa dalla cooperativa sociale Koinè in collaborazione con Legacoopsociali e Legacoop Lombardia. Ideata dallo studio Lampo tv, attraverso ritratti surreali, mette in scena una verità scomoda: senza un “habitat” favorevole, queste professioni rischiano di scomparire

di Daria Capitani

«A volte mi manca il fiato». «Siamo rimasti in pochi». «E se ci estinguessimo, che cosa accadrebbe?». Chi frequenta la zona nord-ovest di Milano si sarà forse imbattuto nei manifesti che da qualche settimana tappezzano i muri e le linee della metro. Mostrano educatrici ed educatori, e in generale professionisti della cura, seduti come panda tra canne di bambù, oppure in piedi come orsi bianchi su un ghiacciaio che si sta sciogliendo. Merito dell’intuizione creativa di uno studio di produzione audiovisiva, che ha integrato intelligenza artificiale e linguaggio documentaristico per raccontare una realtà che è diventata invisibile.

Mercoledì mattina, però, i panda li abbiamo visti dal vivo, per strada, sotto la sede di Legacoop Lombardia. Il rumore dei clacson e la gente che passa, qualcuno si ferma, osserva, poi va. Un piccolo flash mob, con tanto di cartelli e scritte, prima della presentazione di Specie Rare, la campagna di comunicazione promossa dalla cooperativa sociale Koinè per valorizzare il lavoro di educatrici, educatori e operatori sociali e riconoscerne competenza, responsabilità e impatto sulle comunità. Ideata da Lampo Tv e realizzata in collaborazione con Legacoopsociali e Legacoop Lombardia, attraverso ritratti surreali mette in scena una verità scomoda: senza un “habitat” favorevole, queste professioni rischiano di scomparire. L’effetto è stato immediato: c’è chi ha provato choc, sorpresa, disagio e chi ha abbracciato la provocazione, sentendosi coinvolto. Come le famiglie che hanno contattato Koinè dopo aver visto le immagini in città: «Se voi siete specie protette, noi siamo esploratrici alla ricerca di persone rare che si occupino dei nostri figli».

Un atto di chiarezza e responsabilità

La campagna nasce in un contesto di crescente fragilità per il sistema del welfare. A livello nazionale, crolla il numero di chi si affaccia alle professioni di cura. Secondo i dati del Ministero dell’Università e della ricerca, fra il 2023 e il 2024 sono diminuiti del 35% i candidati all’abilitazione da assistente sociale e i professionisti abilitati sono scesi di oltre il 40%. Il Rapporto sulle professioni sanitarie uscito a novembre ha registrato un flop nelle domande di ammissione ai corsi di Educatore professionale socio sanitario (il dato peggiore è a Palermo, con appena 3 iscritti per 19 posti disponibili), per una professione che è ricercatissima: a un anno dalla laurea, l’84% lavora.

Ma il percorso che Koinè ha intrapreso per arrivare fino a qui è iniziato molto tempo fa. «Nel 2023, di fronte a un turnover che in poco tempo si era triplicato, ci siamo fermati per provare a capire», ha spiegato Alessia Minuz, presidente della cooperativa sociale Koinè, sede a Novate Milanese, 400 lavoratori e oltre 30 anni di esperienza. «Abbiamo aperto uno spazio di ascolto con educatrici, educatori, operatrici e operatori, chiedendo loro di raccontare il lavoro, le condizioni in cui lo svolgono, il modo in cui quel lavoro attraversa le loro vite. Sono emersi due poli, tenuti insieme con forza. Da una parte parole difficili: fatica, disallineamento, vulnerabilità. Dall’altra, con la stessa intensità, la capacità di trasformare le vite, di generare legami, di tenere insieme le comunità, di aprire possibilità. Nominare questa contraddizione, per noi, è un atto di chiarezza e di responsabilità: per dire prima di tutto alle lavoratrici e ai lavoratori di Koinè che questa complessità la vediamo e che il valore che ogni giorno mettono in campo per noi conta».

Giulia Moroni, coordinatrice dell’area Minori e Famiglie di Koinè, ha portato la voce degli operatori. «Dal nostro osservatorio, abbiamo registrato che la frustrazione non deriva da una mancanza di affezione al lavoro ma dal fatto che è diventato insostenibile. È arrivato il momento di mettere a fuoco questo paradosso e di condividerlo non più soltanto tra addetti ai lavori».

Perché proprio oggi arriva una comunicazione a impatto come Specie Rare? «Perché il rischio è diventato concreto», ha aggiunto Minuz: «professioni così potenti e centrali per la tenuta sociale stanno diventando sempre più difficili da scegliere. E perché non è più un tema confinato nei servizi o nelle organizzazioni: è una questione pubblica. Se facciamo così tanto in condizioni estreme, vi immaginate cosa potremmo fare se avessimo condizioni finalmente giuste?».

Un impegno che esige alleanze

Non si tratta di un allarme lanciato da una singola cooperativa. Specie Rare parla a tutto l’ecosistema. «Con la sua audacia e determinazione», ha dichiarato il presidente di Legacoop Lombardia Attilio Dadda, «fa emergere le fragilità di una professione non adeguatamente valorizzata e la necessità politica di investire sul welfare, con azioni congiunte, in rete con istituzioni, cittadinanza e territori, per continuare a offrire risposte a bisogni di cura e per il benessere delle comunità».

Lo ha confermato Marta Battioni, coordinatrice del Dipartimento Welfare di Legacoop Lombardia e vicepresidente vicaria di Legacoop Sociali: «Alla cooperazione sociale ormai da tanti anni viene delegato l’impegno per generare benessere e cura, ma non si tiene conto del benessere di chi lavora a favore delle persone e di chi mette il proprio impegno quotidiano nella cura per gli altri», ha detto. «Legacoopsociali è tra i firmatari dell’ultimo rinnovo contrattuale delle cooperative sociali, sottoscrivendo per i suoi lavoratori un aumento del 17% del salario fino al 2026. In particolare sulle professioni educative ci battiamo per un ulteriore riconoscimento economico e di inquadramento contrattuale. Al centro del nostro lavoro ci sono bambini, anziani, persone con disabilità e fragili. Non ci basta più un riconoscimento a parole ma lo pretendiamo anche nelle azioni».

Stefano De Feliciautore e regista dello studio di produzione audiovisiva e progettazione culturale Lampo Tv, ha spiegato il concept: «Abbiamo scelto un linguaggio visivo surreale e immediato, che unisce ironia e registro documentaristico perché oggi l’educatore, l’operatore socio sanitario e chiunque metta il proprio impegno a disposizione dell’altro è diventato un essere raro, quasi scandaloso. L’obiettivo era quello di creare immagini che fermassero lo sguardo. Non vogliamo che l’habitat sociale diventi un deserto o una giungla: proteggere queste specie rare significa proteggere l’ultima scintilla che di sacro rimane nelle nostre città».

Rigenerare l’immaginario

La sensazione, leggendo anche le centinaia di commenti che in queste settimane stanno costellando le pagine social di VITA, è quella di un sogno tradito. Come ci si rialza di fronte a un sentimento così diffuso? Per Chiara Scardicchio, professoressa associata di Pedagogia generale e sociale presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, «la rigenerazione dell’immaginario è la strada per rispondere alla domanda su come dare valore al lavoro sociale. Una professione di cura richiede un grandissimo coraggio nello stare faccia a faccia con se stessi, perché la fragilità dell’altro è una continua convocazione a considerare materia prima il proprio mondo interiore».

In collegamento da Catania, dove sta partecipando al seminario nazionale L’essenziale invisibile, dedicato ad analizzare la complessità, le fluttuazioni e le sfide nel lavoro educativo e pedagogico, Silvio Premoli, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha portato la parola “capovolgere”: «Capovolgere soprattutto la narrazione delle nostre professioni. Sappiamo che la comunicazione non è necessariamente ciò che cambia tutto, ma senza un nuovo paradigma è difficile ricevere ascolto da chi può decidere. Abbiamo bisogno di mostrare al Paese e all’opinione pubblica che cosa succederebbe se, per una settimana, un mese, un anno, dovessimo rinunciare a educatrici ed educatori».

Perché abbiamo bisogno dei lavoratori del sociale? A rispondere, è Laura Pomari, mamma di una bambina che frequenta l’asilo nido gestito da Koinè: «Ci vogliono competenze enormi per far crescere un essere umano, non soltanto teoriche ma di ascolto di sé e di negoziazione delle proprie emozioni. Abbiamo un bisogno assoluto di educatrici ed educatori, come genitori e come società».

La cura, aggiunge Alessia Minuz, «non dovrebbe essere rappresentata come un atto eroico di poche “specie rare”, ma come una leva strategica per lo sviluppo e il futuro del Paese. Per questo auspichiamo che il nostro messaggio possa assumere una valenza corale, una spinta a promuovere azioni congiunte e investimenti strutturali».

A questo link il video della presentazione della campagna

 

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