Domea: l’architettura al servizio del Progetto di Vita
Un contributo di Monica Pozzi, pedagogista della Cooperativa Arcipelago e coordinatrice del progetto Domea e Lorena Mazzonello, pedagogista dell’ASC Insieme per il Sociale e coordinatrice del progetto Domea
Dal PNRR al cohousing: abitare inclusivo tra innovazione e co-progettazione sociale per persone anziane e con disabilità. Domea – Il potere di farsi casa, un progetto promosso dall’Ambito di Cinisello Balsamo, in sinergia con diversi enti del terzo settore.
L’inquadramento strategico: il PNRR come occasione di cambiamento
La situazione socio-demografica del territorio del Nord Milano è caratterizzata da un progressivo invecchiamento della popolazione e da un aumento delle vulnerabilità sociali che richiedono interventi sempre più complessi. In questo contesto, uno dei temi più attuali riguarda le politiche abitative, intese non come semplici interventi edilizi ma come risposte alla necessità di sostenere forme di autonomia per le persone più fragili.
Facendo proprie le indicazioni della Missione 5, Componente 2 del PNRR, l’ambito di Cinisello Balsamo, in sinergia con diversi enti del terzo settore (Residenze del Sole, Cooperativa Il Torpedone, Cooperativa Solaris e Cooperativa Arcipelago), ha promosso il progetto Domea – Il potere di farsi casa, un’iniziativa di cohousing sociale che propone un modello innovativo di abitare condiviso.
Gli investimenti 1.2 (“Percorsi di autonomia per persone con disabilità”) e 1.1.2 (“Azioni per una vita autonoma e deistituzionalizzazione per anziani”) costituiscono la cornice entro cui Domea opera. L’obiettivo è duplice: ridurre il carico sulle strutture residenziali sanitarie contrastando l’istituzionalizzazione precoce e contribuire alla costruzione di un sistema urbano più resiliente, in cui la residenzialità diventa strumento di cittadinanza attiva.
La sfida consiste nel pensare gli spazi abitativi come luoghi abilitanti: ambienti di relazione e di incontro, capaci di evolvere insieme alle esigenze delle persone e di rispondere ai loro bisogni di cura e realizzazione personale.
Nel complesso il progetto coinvolge 21 persone attraverso percorsi di abitare condiviso e supportato.
La linea dedicata alle persone anziane interessa 9 residenti distribuiti in due appartamenti: uno a Cinisello Balsamo (sei persone) e uno a Cormano (tre persone).
Parallelamente, la linea per persone con disabilità prevede quattro appartamenti di cohousing per 12 persone: due a Cinisello Balsamo (cinque residenti) e due a Cormano, nello stesso condominio, dove vivono sette persone, di cui due con elevati bisogni di sostegno.
Architettura funzionale: lo spazio come desiderio realizzato
La visione di Domea mette al centro l’auto-rappresentazione della persona. Il progetto nasce dall’idea che sia possibile restituire potere agli individui ascoltandone aspirazioni e bisogni e costruendo spazi di vita belli e funzionali secondo i principi del Design for All, superandone però una lettura puramente tecnica.
Non si tratta solo di abbattere barriere architettoniche, ma di riflettere su tutti gli elementi che possono influire sulla qualità della vita: comfort, estetica, privacy e possibilità di utilizzo degli ambienti.
Come sottolinea l’architetto Lorenzo Noè, progettista coinvolto nel progetto: «Si tratta di una piccola rivoluzione copernicana. Un tempo si adattavano gli ambienti per renderli accessibili a tutti; oggi si progettano oggetti e spazi utilizzabili da chiunque perché flessibili, semplici e comunicativi».
Una parte dei finanziamenti PNRR è stata destinata alla coprogettazione e alla riqualificazione di cinque appartamenti e una villa nei comuni di Cinisello Balsamo e Cormano. La loro collocazione è stata scelta per favorire l’inclusione sociale e garantire ai residenti pieno accesso ai servizi e alle opportunità del territorio.
L’elemento più innovativo del progetto non riguarda tanto il recupero degli immobili quanto il metodo partecipativo adottato. Fin dalle prime fasi i progettisti hanno lavorato insieme ai futuri abitanti, raccogliendo esperienze e aspettative per avvicinare il più possibile la configurazione degli spazi ai progetti di vita delle persone.
Il percorso si è sviluppato lungo due direttrici principali.
La prima fase ha riguardato la macro-progettazione degli spazi, con l’obiettivo di trovare un equilibrio tra dimensione privata e collettiva. Attraverso incontri formativi e questionari strutturati, architetti e residenti hanno condiviso strumenti utili per definire preferenze, bisogni e scelte funzionali.
La seconda fase è stata dedicata alla personalizzazione degli interni. Il processo di co-progettazione è proseguito oltre la definizione degli spazi, trasformando le abitazioni in luoghi biografici. I residenti hanno partecipato alla reinterpretazione degli ambienti alla luce delle proprie storie personali, avviando un percorso di appropriazione simbolica della casa.
Questo approccio partecipativo ha contribuito a ridurre il disorientamento spesso vissuto dalle persone più fragili durante il passaggio dai contesti di origine. Coinvolgere i beneficiari nella definizione degli spazi e nell’organizzazione della vita quotidiana diventa così una strategia per rafforzare responsabilità, appartenenza e cura dell’ambiente.
Sinergie tra cohousing
Nel progetto Domea il termine cohousing non indica semplicemente una coabitazione, ma una forma di cooperazione tra individui basata su solidarietà, inclusione e partecipazione attiva. Gli abitanti non sono solo portatori di bisogni, ma anche di risorse: relazioni, competenze e opportunità che arricchiscono la vita collettiva.
La coprogettazione rappresenta il filo conduttore dell’intero progetto. È un processo dinamico che accompagna l’evoluzione dei progetti di vita individuali e si riflette nell’organizzazione delle attività, nella gestione degli spazi e nel lavoro degli operatori.
L’obiettivo è favorire il passaggio da semplici coinquilini a una comunità che si prende cura. Questo processo è accompagnato da professionisti che facilitano le relazioni e sostengono la costruzione di dinamiche collaborative tra i residenti.
La fase di avvio di ogni abitazione rappresenta inevitabilmente un periodo delicato di assestamento, che richiede tempo ed energie per gestire criticità e ridefinire equilibri tra gli attori coinvolti. Fin dall’inizio il progetto ha individuato alcuni principi comuni alle due linee di intervento, traducendoli in pratiche quotidiane.
Questi principi mirano a trasformare il concetto di assistenza in un modello di co-costruzione della quotidianità. Al centro si colloca il progetto di vita individuale, accompagnato da azioni condivise che rispettano desideri, obiettivi e autonomie delle persone. L’autodeterminazione si esprime attraverso la possibilità di gestire tempi, relazioni e attività con il supporto di una rete che sostiene senza vincolare.
Il protagonismo attivo degli abitanti è quindi fondamentale: ognuno partecipa alla gestione della casa secondo le proprie capacità. Questa dinamica richiede flessibilità non solo da parte degli operatori, ma anche degli abitanti e delle loro famiglie.
Il Progetto di Vita: cuore dell’idea progettuale
Il fulcro del modello Domea è il Progetto di Vita. Ogni residente entra nel percorso non come utente di un servizio, ma come persona che desidera realizzare una parte del proprio cammino esistenziale attraverso un accompagnamento personalizzato.
Questo strumento restituisce alle persone la possibilità di scegliere aspetti concreti della quotidianità: attività, orari, alimentazione, relazioni. Permette inoltre di mantenere legami significativi con il territorio e di trasformare la persona da oggetto di interventi a soggetto attivo di un ecosistema sociale.
L’esperienza maturata dagli operatori nel lavoro con le persone con disabilità ha suggerito che questa metodologia potesse essere applicata anche alle persone anziane. Domea nasce infatti dalla convinzione che un approccio centrato sulla persona rappresenti una risposta universale al bisogno di dignità e autonomia.
Applicare questa prospettiva all’invecchiamento significa contrastare la visione dell’anzianità come fase passiva e accompagnare le persone nel recupero di desideri, progetti e significati personali.
Punti di dissonanza: sfumature dell’abitare
Un aspetto centrale del modello Domea è la capacità di interpretare lo spazio domestico in modo dinamico. La casa assume significati diversi a seconda delle persone che la abitano.
Per molte persone con disabilità la casa è soprattutto un punto di partenza: uno spazio organizzativo che consente di pianificare attività, gestire la quotidianità e partecipare più attivamente alla vita sociale esterna.
Per le persone anziane, invece, la casa assume più spesso il valore di luogo di protezione e incontro. Diventa uno spazio relazionale in cui contrastare l’isolamento, ricevere visite, svolgere attività e mantenere un senso di appartenenza alla comunità.
Riconoscere questa doppia interpretazione dello spazio permette al progetto di evitare soluzioni standardizzate e di rispettare l’identità di ciascun abitante.
Complessità e sfide dell’abitare innovativo
Aprire esperienze abitative innovative come quelle di Domea significa confrontarsi con sfide che riguardano non solo l’architettura ma anche gli aspetti organizzativi, relazionali e culturali.
La difficoltà principale consiste nel costruire luoghi che siano il più possibile simili a una casa, evitando modelli istituzionali, ma che allo stesso tempo garantiscano i sostegni necessari per mantenere una buona qualità della vita.
Uno degli equilibri più delicati è quello tra sicurezza e libertà. Vivere una casa significa poter sperimentare autonomia e spontaneità, ma implica anche la responsabilità di proteggere persone che possono trovarsi in condizioni di fragilità.
Un’ulteriore sfida riguarda la sostenibilità organizzativa. Questi progetti richiedono personale socio-assistenziale qualificato e capace di lavorare con grande flessibilità. In un contesto in cui il settore sociale incontra crescenti difficoltà nel reperire operatori, garantire continuità ai percorsi di cohousing rappresenta una delle questioni più rilevanti per il futuro.
Conclusioni
Le case realizzate con i fondi PNRR sono destinate a piccoli nuclei di tre-otto persone, anziani e persone con disabilità. Non sono luoghi di assistenza ma spazi di vita, in cui l’abitare diventa uno strumento attivo di crescita, conservazione e trasformazione delle abilità individuali.
Per le persone con disabilità l’uscita dal contesto familiare rappresenta un passaggio importante verso l’autonomia. Vivere in una casa condivisa, con responsabilità e relazioni paritarie, consente di sviluppare competenze pratiche, decisionali e sociali difficili da maturare in ambienti più protetti.
Per gli anziani, invece, la vita in piccoli gruppi non rappresenta una risposta alla perdita ma una strategia di promozione. Abitare insieme contrasta l’isolamento, mantiene attive capacità cognitive e relazionali e prolunga l’utilizzo delle abilità residue.
Ragionare insieme sulle condizioni delle persone con disabilità e degli anziani conduce però a una riflessione più ampia: le abilità non sono una condizione stabile, ma transitoria. Nel corso della vita tutti possiamo perdere capacità motorie, cognitive o sensoriali.
In questa prospettiva la distinzione tra persone “abili” e “meno abili” perde significato. Le differenze non definiscono categorie permanenti, ma fasi diverse dell’esperienza umana.
Il progetto assume quindi una posizione chiara: il tema dell’indipendenza non riguarda una minoranza, ma tutti. Le case non sono pensate per “altri”, ma come anticipazione di una condizione che può riguardare ciascuno.
Spazi accessibili, leggibili e adattabili non sono concessioni a una fragilità specifica, ma strumenti universali che riconoscono la natura mutevole dell’essere umano. In questo senso l’architettura diventa non solo risposta tecnica ai bisogni, ma anche strumento di consapevolezza collettiva.
Le case per l’indipendenza si configurano così come un’infrastruttura silenziosa ma potente: luoghi in cui la perdita di abilità non è uno stigma e in cui diventa evidente una verità spesso dimenticata — la fragilità non è un’eccezione, ma una condizione universale dell’esperienza umana.