«Ma il Festival di Sanremo – scrive Tonino Urgesi – è davvero un contesto adeguato per affrontare un tema così complesso e articolato come quello della disabilità, con le sue molteplici dimensioni umane, sociali ed emotive? E quale disabilità può essere mostrata sul palco dell’Ariston?»
Nei giorni scorsi ho letto articoli di giornale e commenti sui social riguardo al coro Special Festival dell’ANFFAS della Spezia, salito sul palco dell’Ariston, nella seconda serata del recente Festival di Sanremo. Ho ascoltato opinioni molto diverse tra loro, spesso polarizzate, che oscillano tra entusiasmo e critica.
Mi pongo una domanda: il Festival di Sanremo è davvero un contesto adeguato per affrontare un tema così complesso e articolato come quello della disabilità, con le sue molteplici dimensioni umane, sociali ed emotive? Non intendo offrire risposte definitive, ma condividere interrogativi, dubbi e riflessioni.
Su «Vita.it» leggo un’intervista di Ilaria Dioguardi ad Alessia Bonati, direttrice dell’ANFFAS della Spezia e direttrice regionale di Special Olympics Italia Team Liguria. Le sue parole meritano attenzione: «Sul palco dell’Ariston ieri c’erano 43 persone e ognuna portava dentro di sé storie fatte di bellezza, ma anche di crudezza, di depressione, di bullismo. La musica è stata quel veicolo meraviglioso che ha aperto per loro un nuovo mondo. Chi era chiuso in se stesso, cantando, ha intravisto quasi una luce […]. Forse avremmo voluto avere più tempo per spiegare meglio chi siamo e cosa facciamo. Ovviamente sul palco il tempo è stato poco e non siamo stati invitati alla conferenza stampa».
Dal punto di vista psicologico ed educativo, queste parole richiamano il potere trasformativo dell’esperienza artistica: la musica come spazio di espressione, di riconoscimento identitario, di appartenenza e di apertura relazionale. Tuttavia, mi sorge un interrogativo: forse non sono stati chiariti in modo esplicito alcuni aspetti nel contratto con l’azienda televisiva e con la direzione artistica del Festival? Era previsto uno spazio adeguato per raccontare in modo più approfondito la storia e i vissuti delle persone presenti sul palco? Quando si parla di inclusione, non è forse essenziale garantire anche tempi e contesti idonei alla narrazione autentica delle esperienze? Oppure l’evento aveva prevalentemente una funzione simbolica di spettacolo e di visibilità, forse anche di legittimo prestigio per l’Associazione?
Sono domande che mi nascono dal desiderio di comprendere meglio il confine tra rappresentazione mediatica e reale valorizzazione delle persone. Con sensibilità pedagogica e per costruire “una nuova pedagogia della disabilità”, credo sia importante riflettere su come raccontiamo la disabilità e su quali spazi di parola scegliamo di offrire.
Personalmente condivido quanto scrive Iacopo Melio sulla sua pagina Facebook: «Poi magari un giorno Sanremo imparerà anche a ospitare — meglio ancora, a far partecipare — artiste e artisti con disabilità senza chiamarli “speciali”, ma semplicemente “artisti”, senza magliette vistose con slogan pietistici e peraltro sbagliati. Perché nessuna persona è uguale a un’altra e, proprio per questo, tutte le persone sono diverse. Quando interiorizzeremo davvero questo concetto, avremo fatto inclusione. Quel giorno, purtroppo, non è stato oggi».
Queste parole toccano un nodo pedagogico centrale: l’inclusione autentica non si realizza attraverso etichette che, pur animate da buone intenzioni, rischiano di cristallizzare la differenza in una categoria separata.
Anche il pedagogista Marco Pontis in un’analisi sul Festival, sulla sua pagina Facebook, ci offre una riflessione preziosa: «Qui l’inclusione non è solo una questione di rampe, PEI [Piani Educativi Individualizzati, N.d.R.] o tecnologie. È una questione di immaginario. Finché il valore di una persona resta legato alla performance, l’abilismo continuerà a essere interiorizzato anche da chi ne subisce gli effetti. Il pietismo è l’altra faccia della stessa medaglia: non giudica, ma abbassa; non esclude, ma infantilizza. È lo sguardo che dice “poverino”, “che coraggio”, “non potrà mai”. È l’aiuto non richiesto, la carezza fuori luogo, la decisione presa “per il suo bene”. Il pietismo non riconosce diritti, ma eccezioni. Trasforma le persone con disabilità in eterni destinatari di bontà, mai in soggetti competenti, desideranti, contraddittori. Educare all’inclusione significa anche educare al limite dell’aiuto: comprendere quando sostenere e quando fare un passo indietro. Perché la vera cura non toglie autonomia, ma la allena. Inspiration Porn: quando la disabilità viene utilizzata per motivare gli altri. “Forse non dovresti lamentarti, guarda lui cosa riesce a fare.” Questo è l’Inspiration Porn: una narrazione che usa la disabilità come strumento motivazionale per le persone non disabili. Atleti “eroi”, studenti “speciali”, lavoratori “instancabili” vengono raccontati non per ciò che sono, ma per far sentire migliori — o colpevoli — gli altri».
Queste riflessioni ci invitano a spostare lo sguardo: dall’evento alla cultura che lo interpreta; dalla performance alla persona; dall’emozione immediata alla costruzione di un immaginario collettivo realmente inclusivo.
E per concludere questo mio modesto intervento, vorrei ricordare un grande cantautore in carrozzina che salì con professionalità e dignità sul palco dell’Ariston: Pierangelo Bertoli, insieme ai Tazenda, nel 1991, con Spunta la luna dal monte e, l’anno successivo, da solo, con la canzone Italia d’oro. Se oggi riguardassimo quelle immagini, potremmo notare come venivano utilizzate le inquadrature: la maggior parte delle riprese di Bertoli erano in primo piano e, quando compariva la carrozzina, veniva mostrata spesso da lontano, quasi a dissolversi, come se non dovesse essere vista pienamente.
La domanda mi sorge spontanea: quale disabilità può essere mostrata sul palco dell’Ariston? Solo quella trattata con toni pietistici può essere esibita senza pudore? Mentre un artista libero di esprimere il proprio pensiero attraverso le sue canzoni, come gli altri cantanti in gara, non può essere accolto nella sua interezza e viene, simbolicamente, confinato nei suoi primi piani?
Anche questo dettaglio mediatico ci aiuta a comprendere che l’inclusione, in prospettiva psicologica e pedagogica, non coincide semplicemente con la presenza sul palco di Sanremo. Inclusione significa possibilità di parola, autodeterminazione e pieno riconoscimento della soggettività. È un processo culturale che richiede tempo, consapevolezza e responsabilità condivisa.
*Esperto di affettività e sessualità delle persone che vivono in un contesto disabilizzante.
Sul medesimo tema qui trattato, abbiamo già pubblicato il contributo La rappresentazione della disabilità e il messaggio trasmesso al Festival di Sanremo di Fortunato Nicoletti (a questo link). Per l’occasione ci eravamo anche augurati di poter ricevere (e pubblicare) altre riflessioni e opinioni sia sulla questione specifica, sia in generale sull’importante tema della rappresentazione della disabilità e della comunicazione sulla stessa. Siamo dunque grati a Tonino Urgesi per le sue riflessioni, sperando di poterne ricevere altre ancora.

