Perché 'fragili' è una parola che non va bene

Tratto da 

di Raffaele Goretti*

«Usare il termini “fragili” al posto di “persone con disabilità” – scrive Raffaele Goretti – è un messaggio paternalistico, che fa perdere la specificità giuridica della disabilità e che omologa le differenze, rafforzando altresì gli stereotipi. Usandolo, insomma, ci si sposta dal modello dei diritti e ci si avvicina al modello caritatevole con il rischio di passare da “inclusione e pari opportunità” a “compassione e aiuto”»

Negli ultimi giorni si sente sempre più spesso usare un termine che ha l’ambizione di raccogliere una vastità di situazioni marginali”, i cosiddetti “fragili” e tra questi anche le persone con disabilità.
L’uso del termine “fragili” nasce da diversi fattori, infatti nei media si tende a usare parole brevi “a ombrello” per includere categorie diverse (anziani, malati, poveri, disabili ecc.). “Fragili” diventa un termine generico che sembra empatico ma non lo è, è impreciso.

Alcuni pensano che “persone con disabilità” sia una parola dura o stigmatizzante e scelgono “fragilità” come eufemismo. In realtà oggi, anche a livello istituzionale, “disabilità” non è offensivo se usato correttamente.
Con tutto il rispetto possibile, a volte il linguaggio giornalistico arriva in ritardo rispetto alle riforme normative. Molti professionisti continuano infatti ad usare formule precedenti o vaghe anche per inerzia. Su questi temi bisogna usare molta attenzione per non ingenerare confusione tra “vulnerabilità” e “disabilità”. Con il termine “fragilità”, in àmbito sociale, si indicano condizioni economiche, sanitarie o relazionali precarie. Tutto ciò non coincide con la condizione di disabilità, che è una condizione giuridica e di diritti ben definita.
Questa, chiamiamola “mistificazione”, usare cioè “fragili” al posto di “persone con disabilità” non è neutro, produce svariati effetti sull’opinione pubblica.
Si tratta innanzitutto di un messaggio paternalistico, con la persona che viene percepita come “debole da proteggere” più che come titolare di diritti. Si sposta l’attenzione dalla cittadinanza attiva all’assistenzialismo.
Si perde inoltre la specificità giuridica: la disabilità, infatti, è una condizione riconosciuta da leggi, tutele e politiche specifiche. “Fragilità” è vaga e può far perdere la consapevolezza dei diritti esigibili.
E ancora, si omologano le differenze, se è vero che mettere insieme anziani, disabili, malati e poveri alla voce “fragili” cancella le specificità. Ogni gruppo ha bisogni e strumenti diversi.
Si rafforzano infine gli stereotipi e si alimenta l’idea che la disabilità coincida con incapacità o dipendenza, mentre l’approccio moderno parla di autonomia, accomodamenti ragionevoli, partecipazione.

Ci si sposta in sostanza dal modello dei diritti e ci si avvicina al modello caritatevole con il rischio di passare da “inclusione e pari opportunità” a “compassione e aiuto”, che culturalmente è un deciso passo indietro rispetto allaConvenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Il Decreto Legislativo 62/24 (“Riforma della disabilità”, in attuazione della Legge Delega 227/21) recepisce in modo molto chiaro l’impostazione della Convenzione ONU e usa in modo sistematico l’espressione “persone con disabilità. E non è solo una scelta linguistica, ma giuridica e culturale: viene infatti messa prima la persona e riconosciuta la disabilità come una condizione derivante anche dalle barriere sociali e ambientali, non come un tratto identitario o una debolezza intrinseca.
Si tratta quindi di usare “persone con disabilità”, con la consapevolezza che è il termine corretto in àmbito normativo, istituzionale e rispettoso dell’approccio dei diritti. Quando invece si usa il termine “fragili” si abbia la consapevolezza che è un termine generico, non giuridico, che può sembrare inclusivo, ma che spesso oscura la dimensione dei diritti e rafforza visioni paternalistiche.

Alla fine quindi di questo nostro ragionamento possiamo riaffermare con convinzione che la differenza e la confusione tra i termini usati non è solo semantica: incide su come la società percepisce ruolo, autonomia e dignità delle persone.
E in ultima analisi vorrei rivolgere al mondo variegato e complesso dei media e a quello istituzionale e della politica di fare attenzione nell’uso del linguaggio, attenzione e cura per contribuire a far crescere quel senso di maturità civile e di consapevole certezza che usare il termine giusto ci aiuta tutti a costruire una società più giusta e rispettosa delle diverse condizioni di vita di ognuno di noi.

*Presidente della Fondazione Serena-Olivi di Perugia.

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