Lavoriamo insieme per rendere la Legge sui caregiver familiari un punto di partenza solido

Tratto da 

di Vincenzo Falabella*

«Il Disegno di Legge sui caregiver familiari – scrive Vincenzo Falabella – non è la meta, è l’apertura di un cantiere necessario e storicamente atteso. Il Parlamento ha ora la responsabilità di completare l’opera, preservando da una parte la solida e innovativa base concettuale del testo, dall’altra parte intervenendo con coraggio per colmarne le lacune più gravi. Ma dopo decenni di attesa, avere una legge da cui partire, credo sia infinitamente meglio che non avere nulla»

A proposito dell’approvazione in Consiglio dei Ministri del recente Disegno di Legge sui caregiver familiari [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.], ho atteso qualche giorno per distillare il senso del dibattito che sta infiammando i social e il confronto tra le famiglie. So che le reazioni sono cariche di una rabbia legittima, figlia di troppi anni di attesa e invisibilità. Pur distanziandomi da toni che rischiano di polarizzare inutilmente la discussione, ritengo mio dovere ascoltare quelle voci e tradurne le istanze più urgenti in un tentativo di analisi costruttiva.
So che alcune delle valutazioni che esprimerò potranno risultare scomode e suscitare reazioni contrastanti. È un rischio che accetto, poiché credo fermamente che proprio in virtù della posizione che occupo e del mandato di rappresentanza che mi è conferito, la mia prima responsabilità sia quella di un’analisi franca e priva di autocensura. L’onestà intellettuale non è un optional, ma il fondamento stesso della credibilità e dell’utilità del mio contributo. Tacere sui limiti o edulcorare le criticità, per assecondare un clima o evitare polemiche, sarebbe un tradimento del ruolo che mi chiama a servire l’interesse generale, anche quando la verità è difficile da dire o da ascoltare.
Affrontare questa Legge, dunque, significa addentrarsi in un terreno di straordinaria delicatezza umana e sociale, dove ogni parola rischia di ferire speranze o di deludere attese legittime. Per questo, credo che la responsabilità di chiunque vi si accosti – che sia un parlamentare, un “commentatore” o un portatore di interessi – sia doppia e indivisibile: richiede la lucidità chirurgica di una diagnosi onesta, che non nasconda i limiti, e la maturità costruttiva di un approccio propositivo, che non si limiti alla critica sterile.
Ridurre il confronto a una dialettica da trincea, chi pretende “tutto e subito” contro chi offre “poco o nulla”, è una trappola logica e politica che non conduce da nessuna parte. È una semplificazione che alimenta solo frustrazione e paralisi, mentre chi vive la cura ha bisogno di soluzioni, non di slogan. Non serve a chi aspetta da decenni risposte concrete e non più rinviabili. Dobbiamo forzare noi stessi a essere costruttivi, propositivi, perché le nostre famiglie, i nostri concittadini, non possono più permettersi di attendere un altro ciclo legislativo o un’altra promessa.
E oggi, per la prima volta dopo innumerevoli proposte naufragate, abbiamo una possibilità reale e concreta: un testo di legge è sul tavolo del Parlamento, non più solo un’aspirazione. Di fronte alla scelta storica tra una norma da plasmare, migliorare, potenziare, e il perpetuarsi di un vuoto normativo assoluto, che di fatto ha significato abbandono, invisibilità e solitudine per milioni di persone, la direzione da prendere mi pare obbligata. Preferisco di gran lunga, con realismo e determinazione, partire da una base imperfetta ma tangibile, piuttosto che continuare a vagheggiare la “legge perfetta” in un futuro indefinito, ricominciando sempre da zero.
È proprio in questo contesto di responsabilità che lancio un appello alla politica tutta, a ogni schieramento, ai cittadini, alle cittadine e all’intero movimento associativo. Evitiamo le strumentalizzazioni di corto respiro! Non è il momento di dividersi il merito di una vittoria o di scaricare la colpa di un insuccesso. È il momento di unire gli sforzi, di mettere a fattor comune competenze ed esperienze. Contribuiamo tutti, con spirito di servizio, a definire una norma che sia la più rispondente possibile ai bisogni reali, complessi e urgenti delle nostre famiglie e dei nostri concittadini. Il Parlamento ha ora l’occasione unica di dimostrare che, su temi che toccano la dignità delle persone, sa andare oltre le divisioni per costruire un bene comune duraturo.
Siamo di fronte ad una tematica che tocca il nervo scoperto di milioni di esistenze. Per questo, come detto, la discussione deve superare la sterile contrapposizione tra la richiesta di “tutto e subito” e l’offerta di “poco o nulla”. Dobbiamo essere propositivi, perché il tempo delle risposte è scaduto. E oggi, finalmente, possiamo lavorare su un testo concreto.
Di fronte all’alternativa tra un provvedimento da limare e il perpetuarsi di un vuoto normativo, lo ribadisco, la scelta non può che essere obbligata: preferisco di gran lunga una base da cui partire, che presenta qualche imperfezione, piuttosto che l’immobilismo. Le nostre famiglie non possono più aspettare.
Addentriamoci allora nella norma, così come presentata in Consiglio dei Ministri.

Le fondamenta: un cambio di paradigma
Il primo, indiscutibile merito di questa proposta è di porre delle solide fondamenta. Per la prima volta, finalità e definizione tracciano un perimetro giuridico chiaro, riconoscendo formalmente l’esistenza e il valore sociale del lavoro di cura svolto dal caregiver familiare. Non sono clausole retoriche, ma la premessa per trasformare un’esperienza spesso solitaria e logorante in una funzione sociale riconosciuta. È un salto culturale epocale: da mera risorsa informale a parte integrante del sistema di welfare. Su queste basi, ora, si deve costruire.

I pilastri operativi: dalla teoria alla vita quotidiana
È sui pilastri operativi che la Legge dimostra la sua ambizione di passare dal principio alla pratica. Un primo fronte cruciale è quello della conciliazione tra lavoro e cura. Il testo non si limita a enunciare un generico sostegno, ma introduce strumenti precisi e potenzialmente trasformativi. Stabilisce un diritto esigibile alla flessibilità lavorativa, dal lavoro agile al part-time reversibile, riconoscendo che la cura può essere una fase della vita professionale, non la sua condanna. Estende il congedo parentale fino alla maggiore età per i genitori di figli con disabilità, accogliendo la verità di un impegno che non si interrompe con l’infanzia. Sperimenta, infine, un meccanismo di solidarietà orizzontale, consentendo la cessione di ferie tra colleghi. Sono misure che, se ben applicate, possono scalfire il muro di incompatibilità tra orari di lavoro e bisogni di assistenza costante.
Parallelamente, la Legge compie una seconda, importante rivoluzione: valorizza il capitale umano del caregiver. Riconosce che l’attività di cura forgia un patrimonio di competenze, gestionali, relazionali, sanitarie e istituisce percorsi per la loro certificazione. Trasforma così anni di dedizione “da vuoto” nel curriculum a credito formativo e professionale spendibile. Non è solo un atto di giustizia verso la persona; è un investimento intelligente per la collettività, che evita la dispersione di un enorme bacino di esperienza.

Il cuore strategico: l’integrazione nel progetto di vita
La vera forza innovativa, tuttavia, sta nel cuore strategico della norma: il suo esplicito e organico innesto nel nuovo sistema di valorizzazione della persone con disabilità basato sul “Progetto di Vita” (Decreto Legislativo 62/24). La Legge, infatti, non crea un canale di sostegno parallelo, ma si collega alla riforma che mette la persona al centro. In questo quadro, il principio di autodeterminazione diventa operativo: è la persona assistita, o chi la rappresenta nel suo interesse, a indicare e scegliere i propri caregiver. Questo supera definitivamente una logica di supplenza familiare o di delega passiva, riconoscendo la persona con disabilità come regista della propria rete di sostegno e il caregiver come figura di fiducia, parte integrante e coordinata di un welfare personalizzato.

Le criticità decisive e il banco di prova del Parlamento
Proprio l’ambizione sistemica del testo rende alcune sue omissioni particolarmente stridenti e ne fa il banco di prova del lavoro parlamentare.
Il nodo più discusso – e comprensibilmente fonte di delusione e polemica – è quello del sostegno economico diretto. L’impianto attuale configura un accesso estremamente selettivo, vincolato a un duplice requisito stringente: un impegno di cura pressoché totale (91 ore settimanali) e una condizione economica familiare prossima alla soglia di indigenza (ISEE sotto i 15.000 euro e redditi da lavoro quasi nulli). Questi parametri disegnano una platea iniziale estremamente ristretta, che rischia di escludere proprio quella vasta fascia di caregiver che, pur sostenendo un carico assistenziale gravoso (si pensi a chi dedica 50 o 60 ore a settimana), si trova in un pericoloso “limbo”. Sono coloro che, per non tagliare ogni ponte con il mercato del lavoro, mantengono un part-time o piccole attività, o percepiscono una pensione modesta, superando così quelle soglie minime. Si rischia, paradossalmente, di penalizzare chi cerca di conciliare cura e autonomia economica, e di aiutare solo chi è già in una condizione di totale dipendenza.
È doveroso comprendere le ragioni di questa estrema cautela. L’importo stanziato, 257 milioni di euro, sebbene sia una cifra senza precedenti rispetto alle numerose Proposte di Legge presentate (circa 30 negli ultimi 15 anni) e che non sono mai approdate a un voto, è palesemente sottodimensionato rispetto alla potenziale platea nazionale dei caregiver. È proprio questa sproporzione tra bisogno e risorse a giustificare, in questa prima fase, criteri così restrittivi: si tratta di un segnale politico importante, ma che deve essere letto come il capitale di avviamento per un progetto più ampio, non come la soluzione definitiva.
La sfida per il Parlamento sarà quindi trasformare queste prime risorse nel motore iniziale di una misura “progressiva”. Occorre lavorare su un duplice binario: da un lato, allargare in modo intelligente e graduale i criteri di accesso, introducendo magari fasce di contributo differenziate per carico assistenziale e reddito, per includere i caregiver di quel “limbo” oggi esclusi. Dall’altro, e questa è la partita decisiva, progettare un meccanismo legislativo che garantisca un incremento strutturale e programmato dei finanziamenti negli anni a venire. La Legge deve contenere in sé l’impegno a potenziare il sostegno economico in modo coerente con l’espansione della platea, evitando così il binario morto di un intervento una tantum, simbolico e insufficiente.
Ma è fondamentale ribadire, per una lettura onesta del testo, che la norma non si regge solo sul pilastro del contributo economico. Ridurre tutto a quella discussione significherebbe smarrire la portata sistemica della riforma. Il valore di essa risiede nell’architettura complessiva: nel riconoscimento giuridico, nei diritti di conciliazione, nella valorizzazione delle competenze e, soprattutto, nell’integrazione nel Progetto di Vita. Il sostegno economico è una componente cruciale e da potenziare, ma è solo una parte di una risposta che ambisce a essere multidimensionale.
La seconda criticità è l’assenza di tutele previdenziali: riconoscere il valore economico e sociale del lavoro di cura, per poi lasciare che esso comprometta del tutto il futuro pensionistico di chi lo svolge. È una questione di giustizia intergenerazionale che non può essere ulteriormente rinviata. Il Parlamento deve cogliere l’occasione per gettare le prime basi di un riconoscimento contributivo, completando così il quadro del riconoscimento stesso.

In conclusione: un cantiere da aprire con responsabilità
Questo Disegno di Legge, pertanto, non è la meta, è l’apertura di un cantiere necessario e storicamente atteso. Rappresenta una base concettuale solida e avanzata, che finalmente inquadra il caregiver come pilastro del welfare. Il Parlamento ha ora la responsabilità di completare l’opera, preservando questa architettura innovativa e intervenendo con coraggio per colmarne le lacune più gravi: rendendo cioè il sostegno economico più equo e prospettico, e introducendo le indispensabili tutele previdenziali.
Dopo decenni di attesa, avere una legge da cui partire, credo sia infinitamente meglio che non avere nulla. Sta a noi tutti fare in modo che questo primo, fondamentale passo non sia un traguardo, ma l’inizio di un cammino solido nella giusta direzione, per dare finalmente sostanza a quel riconoscimento che milioni di persone meritano. A chi, in questa fase delicata, volesse bloccare questo processo normativo o, peggio, strumentalizzarlo per alimentare sterili polemiche e contrapposizioni ideologiche, va detto con chiarezza: non si fa il bene delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Al contrario, si nega loro, ancora una volta, la possibilità di ottenere risposte concrete e diritti certi nel presente. La posta in gioco è troppo alta per permettere che l’interesse generale venga sacrificato su altari di opportunismo o inconcludenza. Il momento è quello del realismo costruttivo, della ricerca del possibile, della determinazione a consegnare, finalmente, uno strumento utile. Perché domani, per chi cura e per chi è assistito, è già oggi.

*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

 

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