La violenza contro le donne con disabilità: prevenire, soccorrere e garantire l'accesso alla giustizia

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"Sebbene pervasiva, la violenza di genere si può evitare e si deve prevenire". Per farlo, il primo passo è credere alle sopravvissute. Una riflessione in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Quasi una donna su tre ha subito violenza nel corso della vita e le donne con disabilità sono più esposte alla violenza rispetto alle altre. Nei periodi di crisi le percentuali aumentano come è accaduto durante la pandemia da Covid-19, nelle recenti crisi umanitarie, nei conflitti e disastri climatici.

Le donne con disabilità subiscono varie forme di violenza, soprattutto in ambiente domestico e nelle strutture di ricovero e in molti casi gli autori della violenza sono le persone che dovrebbero prendersene cura. Maggiore rischio corrono le donne con disabilità intellettive e relazionali che necessitano di elevati sostegni assistenziali. Raramente le vittime denunciano le violenze subite, probabilmente a causa della condizione di dipendenza che genera la paura di non essere più assistite, del timore di non essere credute, della difficoltà a riconoscere la violazione dei propri diritti, dell’essere economicamente e socialmente dipendenti da altri. E solamente un numero limitato di vittime si rivolge ai centri antiviolenza.

Sebbene pervasiva la violenza di genere si può evitare e si deve prevenire. Fermare questa violenza inizia con il credere alle sopravvissute: persistono stereotipi negativi nei confronti delle vittime con disabilità e spesso accade che non venga riconosciuta alle donne con disabilità la capacità di testimoniare, non vengano ritenute attendibili le loro deposizioni e quindi limitato l’avvio dei procedimenti e la loro partecipazione in giudizio. Dovrebbero invece essere maggiormente sostenute con la previsione di misure appropriate almeno in materia di accessibilità dei luoghi e delle procedure, delle informazioni e comunicazioni.

Chi opera nel sistema giudiziario dovrebbe ricevere adeguata formazione per garantire anche alle donne con disabilità, che subiscono violenza, il diritto a ricevere giustizia. Gli operatori che lavorano nell’ambito dell’amministrazione di giustizia devono essere consapevoli che l’intersezione tra fattore genere e fattore disabilità determina, nei confronti delle donne con disabilità, l’insorgere di discriminazioni che spesso degenerano in comportamenti violenti.

È urgente attuare quanto previsto dall’articolo 13 della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità che obbliga lo Stato ad assicurare “l’accesso effettivo alla giustizia per le persone con disabilità, su base di eguaglianza con gli altri, anche attraverso la previsione di appropriati accomodamenti procedurali o accomodamenti in funzione dell’età, allo scopo di facilitare la loro partecipazione effettiva, diretta e indiretta, anche in qualità di testimoni, in tutte le fasi del procedimento giudiziario, inclusa la fase investigativa e le altre fasi preliminari. Allo scopo di aiutare a garantire l’effettivo accesso delle persone con disabilità alla giustizia, gli Stati parti promuovono una formazione adeguata per coloro che operano nel campo dell’amministrazione della giustizia, comprese le forze di polizia ed il personale penitenziario”.

Prerequisito per garantire l’accesso alla giustizia a tutte le persone con disabilità è un uguale riconoscimento dinanzi alla legge, sancito dall’articolo 12 della Convenzione Onu che dichiara che le persone con disabilità godono di capacità legale su base di uguaglianza con gli altri. Il Comitato Onu, nelle Osservazioni conclusive dell’agosto 2016 sull’implementazione della Convenzione in Italia, ha raccomandato “di abrogare tutte le leggi che permettono la sostituzione nella presa di decisioni da parte dei tutori legali, compreso il meccanismo dell’amministratore di sostegno, e di emanare e attuare provvedimenti per il sostegno alla presa di decisioni, compresa la formazione dei professionisti che operano nei sistemi giudiziario, sanitario e sociale.”

È urgente superare i sistemi decisionali sostitutivi e affidarsi a metodi di supporto decisionale che, se necessario, sostengano la persona con disabilità ad esercitare la capacità di agire e prendere decisioni sulla propria vita. Per eliminare la violenza si devono adottare approcci inclusivi che affrontino le cause profonde dell’insorgere della violenza, trasformare norme dannose che impediscono alle donne con disabilità il diritto di essere ascoltate, promuovere azioni di empowerment rivolte a donne e ragazze, istituire servizi dedicati alle vittime nei settori della polizia, della giustizia, della salute e del sociale e finanziamenti strutturali per i centri antiviolenza e le case rifugio, da rendere accessibili anche alle donne con disabilità, con operatrici formate per la presa in carico delle donne con disabilità.

Il Gruppo di esperti/e indipendenti responsabile del monitoraggio dell’attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul) nel suo rapporto di valutazione delle misure messe in atto dall’Italia per attuare la Convenzione, pubblicato il 13 gennaio 2020, ha richiesto politiche e azioni concrete a livello nazionale per proteggere le donne con disabilità da ogni forma di violenza e di discriminazione multipla e ha raccomandato di raccogliere e analizzare i dati sulla violenza nei confronti delle donne con disabilità, aggiungendo indicatori specifici, sviluppando programmi speciali per raggiungere attivamente le donne e le bambine con disabilità, focalizzandosi sulla violenza domestica e sulle forme specifiche di violenza nei loro confronti, come l’interruzione di gravidanza o la sterilizzazione forzate.

Purtroppo la recente legge 5 maggio 2022, n. 53, “Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere” non ha previsto che i dati raccolti siano disaggregati anche in considerazione della disabilità delle vittime, né che nella rilevazione relativa ai centri antiviolenza e alle case rifugio sia rilevata l’accessibilità degli stessi mentre è fondamentale una maggiore conoscenza dell’ampiezza del fenomeno della violenza contro le donne con disabilità da rilevare attraverso la raccolta di dati, disaggregati per genere e per le diverse disabilità, oltre che con ogni altra utile informazione che riguardi aree rilevanti della vita, per formulare proposte adeguate e azioni politiche dedicate alla prevenzione, soccorso e giustizia. Indispensabile deve essere la partecipazione delle donne con disabilità e delle associazioni che le rappresentano all’interno di organi di studio, commissioni, gruppi di lavoro, nell’Osservatorio sul fenomeno della violenza nei confronti delle donne e nell’Osservatorio per l’integrazione delle politiche per la parità di genere in quanto, attraverso il loro coinvolgimento attivo, si rende disponibile uno spazio inclusivo in cui far sentire direttamente la propria voce sulle questioni che riguardano anche le donne con disabilità e contribuire nel programmare azioni condivise di fuoriuscita dalla violenza.

Il testo di questo documento può essere scaricato direttamente dal sito di FISH

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