Innovazione e flessibilità: il progetto per i Cdd di Bergamo

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"Innovare i servizi per le disabilità" è il titolo del progetto sottoscritto da Coordinamento bergamasco inclusione, comuni, Ats ed enti gestori. La sperimentazione iniziale prevede il coinvolgimento di 40 persone con disabilità

Sperimentare una nuova modalità nella gestione dei Centri diurni disabili (Cdd) della provincia di Bergamo per aprirli al territorio e renderli più flessibili nella presa in carico delle persone con disabilità che li frequentano. E, al tempo stesso, rendere le persone con disabilità e le loro famiglie protagoniste attive nella costruzione di un progetto di vita che ha come obiettivo quello di garantire una maggiore inclusione sociale.

È questo -in estrema sintesi- il contenuto della proposta “Innovare i servizi per le disabilità” sottoscritta dal Coordinamento bergamasco per l’inclusione (Cbi), dall’Azienda di tutela della salute di Bergamo, dal Consiglio di rappresentanza dei sindaci, da Confcooperative Bergamo, dalla Fondazione Angelo custode, dalle rappresentanze locali di Cgil, Cisl e Uil.

“Questa proposta è il frutto di un lavoro iniziato nel 2016, quando abbiamo sottoscritto le linee guida per uniformare la gestione dei 23 Cdd della provincia in seguito al quale si è aperto un confronto su come rendere più innovativa e flessibile la gestione di questi servizi”, spiega Carlo Boisio, presidente di Cbi. Da questo confronto è emersa l’esigenza di coniugare due istanze: la sostenibilità del sistema esistente (anche in termini economici) e l’esigenza di introdurre innovazioni.

“Flessibilità” è una delle parole cardine di questo progetto che prevede una prima fase di sperimentazione che coinvolgerà 40 persone inserite in dieci Cdd con una serie di interventi che mirano a rendere più elastico un servizio che, per sua natura, ha una struttura estremamente rigida. “Superare questa rigidità è uno degli obiettivi della nostra proposta: l’offerta deve adeguarsi ai bisogni delle persone -spiega Boisio-. Vogliamo ‘aprire’ i Cdd lavorando, ad esempio, sulla flessibilità in entrata e in uscita. Oppure dando la possibilità di organizzare, dove necessario, interventi individualizzati al domicilio”.

Gli esempi possono essere tanti e diversi, anche in base alle esigenze e alle capacità delle singole persone. Si può immaginare, ad esempio, di proporre un funzionamento dei servizi diurni con punti di appoggio fisici distinti dalla sede dei servizi stessi: spazi che possono essere individuati all’interno di luoghi frequentati dalla comunità come gli oratori o le scuole. “Un altro esempio di flessibilità è iniziare a introdurre piccoli distacchi in autonomia: la persona che frequenta il centro non torna a casa dei genitori alle 16, ma va a fare la spesa e trascorrere la serata e la notte in un appartamento dedicato, che condivide con altre persone, e il giorno dopo rientra al Cdd -spiega ancora Boisio-. Un piccolo esperimento per cui non serve attivare una progettualità ad hoc, ma che può essere attivato come sperimentazione dell’attività di un Cdd”.

Altra parola chiave del progetto è “inclusione”, intesa come principio comunitario che abilita tutti e ciascuno a sviluppare le proprie potenzialità e portare il proprio contributo alla vita sociale. “Operare in questa prospettiva implica la necessità di attivare tutte le risorse territoriali, comprese quelle meno visibili e meno strutturate che sono però fondamentali per la rete di relazioni comunitarie (negozi, panifici, giornalaio,..). Si tratta di favorire sempre più il lavoro con la comunità -si legge nel progetto-. In questa prospettiva i servizi formali sono un tassello fondamentale, ma non possono essere l’unica risorsa su cui si incardina il progetto di vita. In linea di principio, anzi, i servizi formali dovrebbero essere innanzitutto catalizzatore delle risorse presenti nel sistema informale del territorio”. Conoscere e includere il capitale sociale e relazionale delle persone con disabilità è quindi fondamentale, in quanto elemento costitutivo della vita di ciascuno.

“L’approccio inclusivo richiede ai servizi e alla comunità un cambiamento culturale importante, in quanto le persone con disabilità e le loro famiglie non si riducono a destinatari passivi di politiche e servizi, ma sono riconosciuti come soggetti attivi del cambiamento”, sottolinea ancora il progetto.

La strutturazione di questa proposta progettuale è frutto di un lavoro avviato nel 2016 ma ha avuto un’accelerazione durante la pandemia da Covid-19: “Durante i mesi del lockdown, in provincia di Bergamo ci siamo attivati per fare in modo che le persone non venissero lasciate sole nei periodi di chiusura -ricorda Boisio- abbiamo attivato servizi a domicilio per le persone più in difficoltà, le videochiamate singole o collettive con gli educatori e tutte le iniziative che era possibile portare avanti in sicurezza. Questo ci ha insegnato che i servizi semi-residenziali non possono funzionare solo nell’orario standard 8-16. Ma si può fare anche altro, il Covid-19, in questo senso, ci ha aperto un po’ la prospettiva. I Cdd hanno ormai più di trent’anni e in questo lasso di tempo sono cambiate tantissime cose: le famiglie hanno una percezione diversa dei servizi e sono pronte a sperimentare”.

La proposta di sperimentazione -concordata con famiglie ed enti gestori e sottoscritta da tutti i soggetti che a vario titolo si occupano del tema- prenderà il via con un primo nucleo di 40 persone. Il testo è stato sottoposto all’assessorato alla Famiglia, solidarietà sociale, disabilità e pari opportunità e all’assessorato al Welfare. “Aspettiamo l’approvazione da parte di Regione Lombardia per partire con la sperimentazione, che all’inizio coinvolgerà 40 persone. Ma il nostro obiettivo è quello di allargare a tutti i servizi semi-residenziali della provincia, compresi Sfa e Cse”.

 

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