Ma davvero includere è così difficile?

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«La prosocialità – scrive Gennaro Pezzurro – non è innata in tutti gli esseri umani, ma è una competenza che tutti possono apprendere. Aiuto fisico, servizio, dare/donare, aiuto verbale, conforto verbale, conferma e valutazione positiva dell’altro, ascolto profondo, empatia, condivisione e presenza positiva e unità: in una comunità che non ha padronanza di questi fondamenti, i princìpi dell’inclusione rimangono stimoli neutri. Eppure, includere non è così complesso come sembra, bastano piccoli passi per volta e fede nella cultura, come dimostrano i campi estivi organizzati in un certo modo»

Qualche anno fa, in era pre-Covid, scrivendo l’ennesimo articolo sul tema “inclusione e diritti”, mi domandavo quali fossero i motivi che impediscono ai più di percepire la disattenzione ai bisogni dell’altro come un disvalore, come qualcosa di riprovevole. La ricerca di quelle (non) risposte, in epoca post-Covid, diviene sempre più ossessiva perché i fatti, sempre più caotici e deliranti, rendono fumoso pure il ragionamento induttivo. Esisterà mai una risposta? Chissà! Intanto non posso, e non possiamo, fare a meno di osservare, di cercare nessi, di sperimentare prassi, di parlarne e persuadere in primis le famiglie.

Sempre più spesso si osservano comportamenti asociali (o addirittura sociopatici) in quelle fasce di popolazione e profili per i quali non te lo aspetteresti. In letteratura, come si dice tra gli intellettuali, il fenomeno è molto recente, ecco perché a memoria d’uomo, con queste caratteristiche, non ve n’è traccia. Per essere ancora più chiaro, parliamo di arroganza, prepotenza, maleducazione, egoismo, disprezzo per le leggi e per le usanze sociali, dell’incapacità di riconoscere i diritti degli altri, di provare rimorso o senso di colpa.
Sintomi di un mal-essere che compare sempre più precocemente, dove meno te l’aspetti, in quei nuclei familiari, quelle comunità (caregiver, sibling) nelle quali siamo abituati ad osservare un potenziamento naturale dei livelli di empatia e di pro-socialità perché esposti a stress emotivo (Tania Singer, Claus Lamm 2015 [“La neuroscienza sociale dell’empatia”, N.d.R.]), e invece l’onda d’urto del Covid pure queste certezze ci ha levato, o forse no, forse il Covid non c’entra nulla. Insomma, passa il tempo, cambia il mondo, ma le domande rimangono inevase.
Il perché l’articolo 3 della Costituzione, l’articolo 24 della Legge 18/09 [Legge di ratifica della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, N.d.R.] e tanti altri buoni propositi, rimangano nel libro delle favole non è dato saperlo con determinazione scientifica.

Una cosa però la sappiamo con estrema certezza, ce la insegnò la grande Tina Anselmi: «Per cambiare il mondo, bisogna esserci», e noi ci siamo. Niente su di Noi, senza di Noi è il pilastro su cui si fonda il movimento internazionale per i diritti delle persone con disabilità e questa idea tanto semplice quanto potente pensiamo debba valere per ogni categoria sociale, affinché i decisori non si sentano in dovere di fare scelte sul presunto “bene comune”, impedendo di fatto la partecipazione alla vita democratica del Paese.
Noi ci siamo, nel volontariato, nell’impegno civico e politico (policy e non politics), nella rivendicazione dei diritti, nella ricerca e nell’education, come forma di dono e di servizio al prossimo, nella consapevolezza che quel “prossimo” un giorno saremo noi, senza fare «distinzione di sesso, di etnia, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
Questi sono i princìpi, i postulati, poi viene il bello: la quotidiana pragmatica. Trasformare i princìpi in fatti richiede tempo e fatica, determinazione e perseveranza, ma soprattutto ha bisogno di una cosa indispensabile: ritenere l’approccio prosociale e solidale un valore primario”.
La prosocialità non è innata in tutti gli esseri umani, ma certamente è una competenza che tutti possono apprendere. Robert Roche la definì come come «l’insieme di quei comportamenti che, senza la ricerca di ricompense esterne, beneficiano persone o gruppi con lo scopo sia di incrementare quella reciprocità positiva di qualità esistente nelle relazioni interpersonali, sia di salvaguardare l’identità, la creatività e l’iniziativa delle persone o dei gruppi coinvolti” (Roche, 1991 [“La condotta prosociale”, N.d.R.]) sulla scia già formata da Don Milani e fondata sull’inclusione e il conseguente diritto ad essere diversi: aiuto fisico, servizio, dare/donare, aiuto verbale, conforto verbale, conferma e valutazione positiva dell’altro, ascolto profondo, empatia, condivisione e presenza positiva e unità.
Ecco, in una comunità che non possiede padronanza di questi fondamenti, i princìpi sopra enunciati rimangono stimoli neutri, cose scritte su fogli di carta che prenderanno polvere prima di essere dimenticati e poi buttati, perché non compresi.

Questo 2022 è l’anno in cui tali temi e tali interrogativi sono stati alla base di riflessioni, progettazione e realizzazione delle attività svolte sia in HekAuxilium, l’Ente del Terzo Settore presieduto da chi scrive, sia nella FISH Campania (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), in qualità di membro del Direttivo Regionale con delega nel settore Scuola, Università e Formazione. Argomenti e ragionamenti portati nel GLIR (Gruppo di Lavoro Interistituzionale Regionale), nei vari Sportelli Autismo attivati presso scuole del territorio regionale, nelle attività di formazione per gli attori della comunità educante e, soprattutto, nei campi estivi sperimentali avviati in concorso con le scuole del territorio di Napoli Nord, in particolare quello dell’Istituto Comprensivo Amanzio Ranucci Alfieri di Marano di Napoli, non a caso Scuola Polo Territoriale per l’Inclusione. Sperimentali perché co-progettati e co-finanziati una parte attraverso fondi scolastici, una parte con la valorizzazione delle attività di volontariato e una parte attraverso donazioni liberali. Ma sperimentali anche perché i “volontari” sono stati i pari e i genitori degli altri bambini i quali hanno potuto saggiare prassi e sensazioni per loro nuove, cose che se solo raccontate non vengono percepite.

Parliamo dell’apprendimento esperienziale in outdoor, considerato il “quarto sapere”, in cui il processo cognitivo è basato sull’esperienza, cognitiva, emotiva e sensoriale, dalla quale parte la costruzione della conoscenza. Il focus è quindi sul sapere realmente trasformativo, per i pari, i familiari, gli operatori.
John Dewey e Jean Piaget, e successivamente David Kolb, chiarirono limpidamente che l’esperienza viene trasformata in conoscenza. Le classiche attività ludiche di campo estivo sono state arricchite da contenuti e obiettivi che riguardano le STEM [Science, Technology, Engineering, Mathematics, N.d.R.], e la sostenibilità attraverso esperimenti divertenti e da contenuti che riguardano i temi dell’inclusione, della solidarietà, della reciprocità. Le attività concrete di apprendimento si sono basate sull’aspetto emozionale dell’esperienza, come intuizione, percezione, interpretazione personale e gratificazione. In itinere si è invitato ad osservare in maniera riflessiva basandosi sull’analisi e la comprensione delle sensazioni e dei comportamenti attraverso l’osservazione e l’ascolto. Infine si è chiesto di organizzare le informazioni basandosi sulla logica, ovvero su una schematizzazione di concetti e abilità estesa a situazioni personali.
Insomma, i bambini hanno avuto la sensazione di giocare, gli adulti quella di sorvegliare i bambini e di conversare piacevolmente, di fare amicizia, mentre venivano letteralmente trasformati nei valori e nel sapere, specialmente durante le attività svolte all’aperto, nella Social Farm Terra Nostra Tor Dei. Ma il potere pedagogico e trasformativo dell’Outdoor Education, è un argomento troppo ampio per parlarne in questa sede. Ci basti per ora sapere che poi includere non è così complesso come sembra, basta fare piccoli passi per volta e avere fede nella cultura.

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