Accessibilità non è un elenco di linee guida, ma un concetto culturale

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«Accessibilità – scrive Giuseppe Di Grande – non è un elenco più o meno dettagliato di linee guida, ma un pensiero culturale che estende la convivenza sociale a tutte le diversità. Oggi si dovcrebbe superare anche il principio di inclusione, perché crea una prospettiva distorta degli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere. Si continua infatti a pensare a una società divisa, una che tende a escludere e l’altra che chiede di essere inclusa. Invece si dovrebbe ripensare al proprio ruolo sociale parlando di convivenza, considerando la società come un ambiente ove vivere insieme agli altri»

Le tecnologie informatiche, siano esse dedicate alla comunicazione o all’informazione, sono sentite e vissute come inclusione o esclusione sociale a seconda degli individui che ne hanno o meno accesso. L’accessibilità è un diritto umano fondamentale e la tecnologia dovrebbe essere sempre accessibile a tutti. Di accessibilità digitale le persone con disabilità ne discutono sin dagli ultimi anni del secolo corso, quando l’elettronica e l’informatica da un lato hanno offerto nuovi strumenti di comunicazione e di informazione e dall’altro, mentre le tecnologie si sviluppavano, hanno creato nuove barriere digitali da rivalutare.
Indipendentemente dall’accessibilità oggettiva di una tecnologia, questa viene valutata solo quando diventa di massa o un gruppo sociale se ne avvale, pertanto quando diventa desiderabile. Un approccio all’accessibilità dettato dalla desiderabilità o dalla necessità di una tecnologia, se nell’immediato può servire a un suo adeguamento, difficilmente può portare a un sostanziale cambiamento culturale che consenta a tutte le tecnologie di essere progettate a priori accessibili a tutti, indipendentemente dalla loro utilità. La presenza di standard e norme imposte è sintomo in genere di una scarsa cultura dell’accessibilità, perché la società non possiede ancora la giusta mentalità di pensare o immaginare un mondo accessibile.
L’incapacità di pensare un mondo accessibile appartiene trasversalmente a tutte le persone, di tutte le categorie sociali e culturali. In un certo senso l’inaccessibilità è propria anche delle persone con disabilità, culturalmente non ancora educate a immaginare un mondo accessibile, se non in parte accessibile alla propria disabilità.

Ad oggi, per chi progetta una tecnologia, l’accessibilità è un fattore economicamente quantificabile, capace di dirimere le scelte di progettazione. Questo è dovuto all’ambivalenza che ancora persiste quando si pensa all’accessibilità, quantificandola con una versione non accessibile della stessa tecnologia, indipendentemente dai benefìci sociali che si possano trarre da essa.
L’accessibilità è un concetto culturale della società in cui si vive. Una società che esclude i propri individui in minoranza portatori di diversità, possiede un basso grado di accessibilità. Ma la diversità umana in una società è un aspetto tangibile in ogni àmbito sociale, e tuttavia la società è incapace di pensare all’accessibilità come principio della propria generalità e complessità. In tal senso, accessibilità e diversità sono facce della stessa medaglia, non può esserci l’una senza l’altra.
Questa moneta più che essere spesa per normalizzare la società, viene usata come leva di spettacolarizzazione della diversità, quindi come fattore quantificabile della progettazione di una tecnologia. Distinguere tra tecnologie accessibili e non accessibili è indice della scarsa cultura che ancora permea l’educazione sociale degli individui. Il fatto che si sia indotti dal sentire comune a vantare l’accessibilità di una tecnologia, come eccezione a un ambiente tecnologico non accessibile, più che essere di esempio culturale si traduce in una “spettacolarizzazione dell’accessibilità” fine a se stessa.

Le persone con disabilità si trovano spesso a lottare per vedere riconosciuta la loro dignità umana espressa attraverso l’accessibilità di una tecnologia digitale. A volte esse pensano che la loro disabilità sia invisibile al resto della società. Piuttosto che invisibilità, è opportuno riconoscere che si possa parlare più propriamente di “compassionevole indifferenza” alla disabilità. Se infatti fosse davvero invisibile, significherebbe che la disabilità sarebbe finalmente considerata “normalità” e l’accessibilità sarebbe intrinseca della cultura generale. Invece la disabilità è ben presente ed evidente, se è vero, ad esempio, che nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, approvata il 13 dicembre 2006, gli Stati si prefiggono lo scopo di promuovere, proteggere e assicurare il pieno ed eguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali delle persone con disabilità.
In materia di accessibilità la Convenzione dice che «al fine di consentire alle persone con disabilità di vivere in maniera indipendente e di partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita, gli Stati Parti adottano misure adeguate a garantire alle persone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri, l’accesso all’ambiente fisico, ai trasporti, all’informazione e alla comunicazione, compresi i sistemi e le tecnologie di informazione e comunicazione, e ad altre attrezzature e servizi aperti o forniti al pubblico, sia nelle aree urbane che in quelle rurali».
E dunque, pe far sì che le persone con disabilità potessero godere dei diritti enunciati dalla Convenzione, sarebbe necessario un riallineamento del paradigma sociale che ancora oggi vede queste persone come destinatarie delle politiche assistenziali e mai come contributori proattivi del progresso sociale. D’altronde dovrebbero essere le stesse persone con disabilità a entrare di diritto nella società di tutti, offrendo solidarmente o professionalmente la propria partecipazione. Ciò implica una programmazione a lungo termine che le Associazioni a tutela delle persone con disabilità dovrebbero adottare, attraverso la formazione della famiglia e della scuola, che sono le prime agenzie di educazione e socializzazione.

Accessibilità, pertanto, non è un elenco più o meno dettagliato di linee guida, ma è un pensiero culturale che estende la convivenza sociale a tutte le diversità. Oggi è indispensabile superare anche il principio di inclusione, perché è una forma mentis che crea una prospettiva distorta degli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere. Si continua infatti a pensare a una società divisa, una che tende a escludere e l’altra che chiede di essere inclusa. Invece si dovrebbe ripensare al proprio ruolo sociale parlando di convivenza, considerando la società come un ambiente in cui vivere insieme agli altri. Si tenga presente che la convivenza si realizza quando due sensibilità in fratellanza si incontrano: disabilità e normalità dovrebbero compiere insieme un passo avanti. Quando la disabilità si limita a chiedere diritti, la risposta che arriva da parte della normalità si chiama solo in un modo: assistenza. E l’assistenza scade spesso in assistenzialismo.

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